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Manifesti antisemiti alla Rai e polemiche sul linguaggio usato per gli scontri in Cisgiordania

Manifesti antisemiti alla Rai e polemiche sul linguaggio usato per gli scontri in Cisgiordania

La Rai ha condannato un manifesto antisemita apparso nella bacheca di Radio1 e ha difeso il corrispondente Brunori dalle polemiche sul linguaggio usato per descrivere gli scontri in Cisgiordania.

La Rai ha espresso la più ferma condanna per il manifesto antisemita comparso questa mattina nella bacheca di Radio1, firmato dai gruppi ‘Global Sumud’ e ‘Libere di lottare’. Questo episodio segue giorni di polemiche e intimidazioni nei confronti del corrispondente da Gerusalemme, Giovan Battista Brunori, che da anni lavora con professionalità in una delle zone più critiche del mondo.

L’amministratore delegato dell’azienda, Giampaolo Rossi, ha sottolineato la gravità dell’episodio, definendolo un atto di intimidazione incompatibile con il confronto democratico e la libertà di informazione. Il direttore di Radio1, Nicola Rao, ha immediatamente richiesto l’intervento delle Forze dell’Ordine, e la Digos ha acquisito il manifesto per gli accertamenti. La Rai ha avviato un’indagine interna e ha promesso di punire con il massimo rigore ogni comportamento che favorisca o tolleri simili azioni.

Le polemiche sul linguaggio usato per gli scontri in Cisgiordania

Le polemiche sono arrivate anche al Consiglio di Amministrazione della Rai per il modo in cui Giovan Battista Brunori ha riferito degli scontri in Cisgiordania. I consiglieri Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale hanno criticato l’uso del termine ‘escursionisti’ per descrivere i coloni israeliani, sostenendo che questo termine minimizza la gravità dell’occupazione.

Tra il 24 e il 25 luglio 2026, nei pressi del villaggio palestinese di Tell, a sud-ovest di Nablus, sono morte sei persone: quattro palestinesi e due israeliani. Il ministero della salute palestinese di Ramallah ha reso noto che le quattro vittime palestinesi appartenevano tutte allo stesso nucleo familiare. Le vittime israeliane erano un colono di trentadue anni residente a Havat Gilad e un militare di ventisette anni, comandante di batteria di un reparto di artiglieria.

Le due versioni degli scontri

Esistono due versioni inconciliabili degli scontri. Secondo il portavoce dell’esercito israeliano, i militari sono intervenuti per soccorrere un gruppo di ‘escursionisti’ israeliani aggrediti da residenti palestinesi. Secondo i media e le autorità palestinesi, invece, alla base di tutto c’è un’incursione: un gruppo di coloni entrato nella zona orientale del villaggio, con il tentativo di forzare l’ingresso in due abitazioni, seguito da un secondo assalto, questa volta con la copertura dei militari.

Le due ricostruzioni non si equivalgono sul piano della verificabilità. La stampa israeliana ha riferito che il gruppo era composto anche da uomini armati e da minori e che era entrato in un’area classificata A e B, nella quale ai cittadini israeliani è vietato accedere senza un preventivo coordinamento con l’esercito. L’esercito israeliano ha riconosciuto che alcuni dei civili coinvolti erano armati e che entrambe le parti avevano aperto il fuoco prima dell’intervento dei militari.

Il ruolo del servizio pubblico

Il racconto offerto dai telegiornali del servizio pubblico ha seguito una direzione diversa. Nei servizi mandati in onda dal Tg1 e dal Tg2 fra il 24 e il 25 luglio, e nei collegamenti in diretta curati dal corrispondente Giovan Battista Brunori, la vicenda è stata riassunta nella formula secondo cui un gruppo di palestinesi avrebbe attaccato alcuni israeliani impegnati in un’escursione. La versione è stata ribadita anche negli interventi dal vivo.

La differenza fra ‘l’esercito israeliano sostiene che si trattasse di escursionisti’ e ‘alcuni israeliani stavano facendo un’escursione’ è tutta qui, e non è una sottigliezza accademica: è la distanza fra il giornalismo e la trascrizione. In una vicenda in cui esistono due versioni radicalmente opposte, il servizio pubblico non è chiamato a scegliere quale delle due sia più simpatica, ma a segnalare al pubblico che una scelta è in corso.

L’asimmetria riguarda anche il modo in cui si contano i morti. Delle due vittime israeliane la stampa ha diffuso rapidamente nome, età, residenza, grado militare, storia personale; delle quattro vittime palestinesi è rimasto quasi ovunque un numero e una circostanza, l’appartenenza a un unico nucleo familiare. È una disparità che nessuna redazione decide consapevolmente e che tuttavia si riproduce con regolarità.

La parola ‘escursione’ e le sue conseguenze

La parola ‘escursionisti’ non si riferiva ai palestinesi di Tell. Designava i cittadini israeliani armati provenienti dall’insediamento di Havat Gilad, cioè i coloni che quella mattina erano entrati nel villaggio palestinese. Cambiata la parola, si rovescia il rapporto fra i soggetti: chi entra armato in casa d’altri smette di essere l’aggressore e diventa la parte aggredita, mentre chi si oppone all’ingresso diventa l’assalitore.

Definire ‘escursionisti’ i coloni armati che ne sono usciti quella mattina significa sottrarre allo spettatore, in una sola parola, l’intera cornice di illegalità entro cui l’episodio si colloca: illegale l’occupazione, illegale l’insediamento, non autorizzato l’ingresso nel villaggio.

Il contesto quantitativo non è meno rilevante. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari segnala che nel solo 2026 oltre tremiladuecento palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a causa degli attacchi dei coloni e delle demolizioni. Secondo il bilancio diffuso da Radio Onda d’Urto, all’inizio dell’ultima settimana di luglio i palestinesi uccisi nei governatorati della Cisgiordania dall’inizio dell’anno erano ottantadue, ventuno dei quali per mano di coloni.

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