La mostra “A schiena dritta. Tutelare il mestiere della libertà” è stata prorogata fino al 2 giugno 2026 e rimane uno spazio di riflessione sul ruolo del giornalismo in Italia. Organizzata dall’INPGI per il centenario dell’ente e patrocinata dal Ministero della Cultura, l’esposizione si è aperta il 24 marzo con l’inaugurazione alla presenza del presidente Roberto Ginex, della direttrice generale Mimma Iorio e della sottosegretaria Lucia Borgonzoni.
Situata negli spazi della Fondazione Paolo Murialdi in via Nizza 35 a Roma, la mostra ha già raccolto oltre 1500 visitatori tra singoli, gruppi e scolaresche, confermando l’interesse per la storia della professione.
Un percorso espositivo tra oggetti e immagini
Il cuore dell’allestimento è composto da più di 60 pezzi che raccontano il giornalismo italiano dagli anni Sessanta al Duemila.
Tra i reperti spiccano scatti del fotogiornalista Franco Lannino, una vecchia macchina telefoto e la telecamera di Miran Hrovatin, ucciso insieme a Ilaria Alpi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Nella raccolta sono esposte anche quattro macchine per scrivere appartenute a fiduciari INPGI, incluso lo strumento utilizzato da Giancarlo Siani. A completare il percorso, un video storico sull’INPGI, tre pannelli in bianco e nero su forex e teche con oggetti, documenti e verbali dell’istituto.
Testimonianze e materiali d’archivio
Le teche espositive custodiscono una selezione di documenti storici e pagine di giornali d’epoca che offrono un quadro concreto della pratica giornalistica: dai taccuini di cronaca alle lettere ufficiali, fino ai verbali d’epoca. Questi materiali servono a mostrare come si sia evoluto il mestiere e quali strumenti fossero alla base del lavoro quotidiano dei cronisti. L’esposizione mette in rilievo il rapporto tra memoria e professione, offrendo al pubblico non solo oggetti, ma contesti che spiegano trasformazioni tecniche e deontologiche del giornalismo italiano.
Un omaggio ai giornalisti caduti
Una parte importante della mostra è dedicata alla memoria dei cronisti uccisi nell’esercizio della professione. L’allestimento celebra i protagonisti del giornalismo d’inchiesta come Cosimo Cristina (primo cronista ucciso dalla mafia nel 1960), Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano. Vengono inoltre ricordati il sacrificio di Walter Tobagi, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli (assassinata in Afghanistan nel 2001), insieme a figure simbolo come Giuseppe Quatriglio, che raccontò il terremoto del Belìce nel 1968. Questo nucleo dell’esposizione vuole sottolineare il prezzo pagato dalla libertà di informazione e stimolare la riflessione sul valore del coraggio professionale.
Il significato pubblico della mostra
Oltre al valore storico, la mostra funziona come piattaforma educativa: mette in primo piano i cronisti e le difficoltà della professione, invitando a comprendere il legame tra diritto all’informazione e democrazia. L’apertura straordinaria prevista per il 23 maggio — anniversario della strage di Capaci — rafforza il legame con la memoria civile. Il progetto intende stimolare un dibattito sul ruolo del giornalismo contemporaneo, guardando sia alle radici storiche sia alle sfide attuali legate a tecnologia, sicurezza e indipendenza professionale.
Visita e informazioni pratiche
La mostra è visitabile fino al 2 giugno 2026 con ingresso libero. Gli orari di apertura sono dalle 9 alle 17, tutti i giorni tranne il 24 e il 31 maggio. La sede è la Fondazione Paolo Murialdi in via Nizza 35, Roma. Per chi desidera approfondire, sono disponibili materiali informativi e visite guidate su richiesta, ideali per scolaresche e gruppi che vogliono contestualizzare le testimonianze esposte. L’estensione della data di chiusura offre un’ulteriore opportunità per chi non ha ancora potuto vedere il percorso e partecipare alla riflessione collettiva sul mestiere del giornalista.