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Renzi, l’ex-tutto che va d’accordo solo con se stesso

Renzi non ci sta a restare nell’ombra in questa fase epocale: vuol mettere anche la sua firma nell’uscita del Paese dalla crisi da vantare alla prossima tornata elettorale.

Air Force Renzi M5s

Far saltare un governo nella fase più cruciale dell’epidemia di Covid, quella che ci dirà se ce l’abbiamo fatta, se i vaccini ci porteranno fuori dall’emergenza stoppando la terza ondata. Rallentare all’inverosimile il piano nazionale da presentare a Bruxelles e quindi l’arrivo dei soldi del Recovery Fund: ormai i primi miliardi si vedranno solo nel 2022.

Minacciare nuove elezioni impossibili da tenere in zona gialla, arancione o rossa che sia.

Tutto questo non contando nulla, meno del 3%. Una sfacciato ricatto fatto passare per il “bene” di un Paese che, nei numeri, non rappresenta più. Non è accaduto in nessuna nazione al mondo. Solo in Italia una personalità istrionica e anomala poteva mettere in crisi la sua stessa maggioranza in questo momento: l’ineffabile Matteo Renzi.

Non cerca poltrone, l’ha detto chiaro. Né s’illude che la visibilità possa fargli incassare qualche consenso dai delusi d’ogni partito: cerca solo copertine dei giornali e servizi di Tg in cui specchiarsi, chiedendosi se è sempre lui l’ago della bilancia della legislatura.

L’ego di Renzi è smisurato” disse nel 2008 l’allora presidente del Senato Franco Marini, tra i vecchi dem da rottamare secondo l’ancora solo primo cittadino di Firenze. Da lì la scalata in tempi record sull’onda di un consenso dettato dalla giovane e brillante novità, infrantasi sugli scogli del referendum costituzionale del 2016 e delle politiche del 2018, in cui smentì l’addio alle scene ripresentandosi a capo dei democratici: un doppio crollo in rapida successione, che fu un no alla suo vanitoso individualismo ancor prima che ai contenuti del programma.

Un no ai modi vistosi, all’atteggiamento da pavone, all’eloquio più lucidato che lucido, allo sgargiante rampantismo che l’ha ridotto a macchietta satirica.

Alle uscite a effetto come quella d’aprile sui morti di Bergamo, in grado di suscitare un’antipatia personale ancor prima che politica: “I morti di Bergamo ci direbbero di riaprire”. Abbiamo visto com’è finita. Anche in piena fase 1 mise i bastoni fra le ruote agli alleati.

È passata una vita dal boom alle europee col 40%: l’astro è calato in un lampo, come s’era acceso. Scrivere libri e improvvisarsi l’Alberto Angela fiorentino su LaNove è servito a sfogare ancora per un po’ l’esibizionismo, poi è scattata l’astinenza da prima pagina: meglio averne subito ancora un po’, fresca d’attualità, anziché affrontare il lungo percorso del recupero, della riabilitazione. Poi si vedrà.

E quando all’improvviso la scorsa estate, davanti all’impronosticato scenario del governo M5S/Pd, s’è reso conto che – per lo scomodo passato di leader fallito – i suoi non gli avrebbero più riservato alcuna poltrona importante, né in quello né in nessun’altro futuro esecutivo, ecco la genialata di “Italia Viva”.

Un partito che non c’era sulla scheda elettorale, non votato direttamente da alcun cittadino: un contenitore senza identità se non quella del suo capo, in cui spera di far confluire acrobaticamente altri elementi da Forza Italia e 5 Stelle. C’è pure chi ha fatto giravolte da funambolo per entrarci, come Gennaro Migliore: in una decina d’anni è passato per 4 partiti diversi, dalla Rifondazione comunista a quella renziana. Certo, niente in confronto alle capriole di Casini e Lorenzin.

Può darsi ci sia qualcun’altro a cambiar casacca all’ultimo, poco prima del voto. O magari fonderà un nuovo partito ancora, o meglio gli cambierà nome. I fidi Boschi, Scalfarotto, Faraone, Giacchetti – ormai adombrati dall’imponente Bellanova – avrebbero pure accettato di continuare a intascare in silenzio lo stipendio da parlamentari, ma lui no. Non ci sta a restare nell’ombra in questa fase epocale: vuol mettere anche la sua firma nell’uscita del Paese dalla crisi, appuntarsi una patacca al petto da far risplendere alla prossima tornata elettorale.

E giocando l’estrema carta del “meglio un giorno da leone”, sono già un paio d’anni che è tornato protagonista sul palco che conta, tenendo in scacco il paziente Conte, smuovendo ogni tre per due la fune sottile su cui si tiene in equilibrio ad ogni voto in aula. Renzi si sente ancora quello che decide, e davanti all’occhio di bue non dietro le quinte: vuole dimostrare – anzitutto a se stesso – che a Palazzo Chigi hanno ancora bisogno di lui per andare avanti, che senza il suo ok non si fa niente e che, se finirà nel baratro, ci trascinerà tutti. Un comportamento, gli va riconosciuto, coerente con lo #staisereno di 7 anni fa a Letta.

Prima e durante l’allarme Covid ha contestato il governo di cui non sembra far parte praticamente su tutto: non gli è stata bene la legge di Bilancio, il cuneo fiscale, la soglia di utilizzo dei contante, Quota100, la plastic tax, il Salva-Stati. La riforma della prescrizione, a inizio anno: ultimo campo di battaglia prima della quarantena che, per un po’, ha rimandato tutto. O quasi.

È bastata qualche settimana all’ex sindaco, ex segretario, ex premier – e per poco anche ex politico – per riprendere la Fase 2 dello scontro con Conte. A cominciare dallo stesso lockdown, bocciato come “autoritarismo”; le strette a fabbriche e negozi, “abusi di potere”; i bonus, “mero assistenzialismo”; gli stessi Dpcm, “scandalo costituzionale”. S’è schierato con Berlusconi per il sì al Mes, con la Cei per tornare a messa, ha criticato il fondo per la famiglia e il reddito d’emergenza. In mezzo c’è stato spazio pure per gli attacchi a Bonafede sul caso Di Matteo. E poi i cantieri da sbloccare, la delega ai servizi segreti, il commissario Arcuri tuttofare, da ultimo il piano vaccini, “poco chiaro”.

Un crescendo, alla faccia dell’unità invocata da Mattarella, culminato ora con l’aut aut sulle voci di spesa del Recovery Fund e la loro ripartizione. Non chiede il rimpasto, “non farò il ministro”, e neanche il ritorno ai seggi, “non si andrà a votare, tocca riaprire le scuole non i seggi”. Più che un politologo, ci vorrebbe Crepet.

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