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Salva donna dalla camera a gas: sono sposati da 70 anni

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Questa donna, deportata in una campo di concentramento, stava per morire nella camera a gas. Ma l’uomo che, ad oggi, è suo marito l’ha salvata.

Questa è la storia di John Mackay (96 anni) e Edith Steiner (92), sposati da 70 anni. Lui era un soldato scozzese e lei è un’ebrea ungherese. John si trovava all’interno di una missione durante la Seconda Guerra Mondiale nello stesso momento in cui lei era prigioniera nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Ma è stato proprio in questo contesto di guerra e orrore, in uno degli scenari più tragici di tutta la storia umana, che è iniziata la storia d’amore di questa coppia. I due, infatti, sono riusciti a scampare alla morte per ben due volte.

All’inizio della guerra, John fu catturato a Tobruk, in Libia, ma riuscì a salvarsi grazie a un amico italiano che gli prestò la sua uniforme. Solo indossando i vestiti dell’esercito nemico riuscì a fuggire.

L’incontro con Edith, invece, ebbe luogo durante una festa nel villaggio. John, 23 anni, notò Edith ma era troppo timido per avvicinarla. Mandò avanti il suo amico affinchè le chiedesse se desiderava ballare con lui. Ma la giovane rispose che avrebbe accettato solo se glielo avesse domandato lui in persona. Così fece il ragazzo. E, da quel momento, sono sempre stati insieme. La coppia, però, fu costretta a fuggire ancora per 18 mesi.

John e Edith si sposarono poco dopo. Fecero poi ritorno in Scozia, dove si crearono una famiglia. Ebbero 2 figli, 7 nipoti e 5 pronipoti. Infine, la coppia acquistò l’Atholl Arms Hotel a Pitclochry, dove lavorarono fino alla pensione, prima di spostarsi a Dundee. John si assicura ogni giorno che Edith sia felice.

E sempre si chiamano tra l’oro “tesoro”. La loro reciproca devozione è evidente a chiunque si trovi a trascorrere un po’ di tempo in loro compagnia.

Auschwitz: il simbolo della memoria

Il complesso dei campi di Auschwitz è il più grande che sia mai stato realizzato dal Nazismo. E fu fondamentale nel progetto di “soluzione finale della questione ebraica”. Nell’immaginario collettivo, è ormai diventato il simbolo universale del lager, nonché di “fabbrica della morte”, realizzato nel pieno centro dell’Europa orientale.

Dopo la sua dismissione, il campo di concentramento di Auschwitz è stato dedicato alla memoria delle vittime. Dal 1979, è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Poi, accadde un mistero. Nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2009, l’insegna collocata all’ingresso del campo con su scritto “Arbeit macht frei” venne rubata.

Momentaneamente sostituita con una copia, l’originale fu poi ritrovato, nel nord della Polonia, soltanto pochi giorni dopo. Era spaccato in tre parti.

Da sempre, il campo di prigionia di Auschwitz è al centro del dibattito circa il numero di vittime che realmente persero la vita all’interno del lager. Nel 1990, la cifra che compariva sulla targa commemorativa fu messa in discussione. La cosa scatenò un acceso dibattito a tutt’oggi non sopito. Il numero riportato passò, quindi, da 4 milioni di vittime a 1.500.000. La cifra iniziale fu probabilmente dettata dall’orrore della scoperta.

Dal 13 giugno 2013, al blocco 27, è stata aperta una mostra permanente intitolata “Shoah”. La mostra è stata realizzata grazie al contributo del più importante ente museale sull’olocausto: lo Yad Vashem di Gerusalemme.

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