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Usa attaccano l’Iran, Khamenei minaccia vendetta: Israele uccide capo militare di Hamas

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Scontro Iran-Usa lungo lo Stretto di Hormuz con diplomazia in stallo, Israele avanza oltre la “linea gialla” in Libano.

Le tensioni in Medio Oriente tornano a crescere tra attacchi militari, negoziati bloccati e minacce reciproche. Al centro della guerra ci sono Iran e Usa, impegnati in un delicato confronto sul nucleare e sul controllo dello Stretto di Hormuz, mentre il conflitto coinvolge sempre di più anche Israele, Libano e la Striscia di Gaza. Tra raid, pressioni diplomatiche e timori di un’escalation regionale, la situazione resta estremamente instabile.

Tensione nello Stretto di Hormuz: attacco Usa in Iran, Teheran minaccia risposta

La tensione tra Iran e Stati Uniti continua ad aumentare nell’area strategica dello Stretto di Hormuz, uno dei principali crocevia energetici mondiali da cui transita una parte significativa del petrolio internazionale. Nonostante i negoziati diplomatici siano ancora in corso e le due parti abbiano parlato di possibili “progressi”, la situazione sul terreno resta estremamente delicata.

Washington ha infatti lanciato un attacco mirato nel sud dell’Iran, colpendo una base per il lancio di missili e alcune imbarcazioni utilizzate per la posa di mine navali nei pressi di Bandar Abbas, importante porto militare iraniano affacciato sul Golfo Persico. Il comando americano in Medio Oriente ha definito l’operazione un’azione di autodifesa necessaria per proteggere il personale militare statunitense presente nell’area.

Teheran, invece, ha parlato apertamente di flagrante violazione” del cessate il fuoco, promettendo che l’episodio non resterà “senza risposta.

L’azione militare arriva dopo giorni di crescente nervosismo diplomatico, soprattutto da parte del presidente Donald Trump, che aveva annunciato un accordo imminente con l’Iran, mai concretizzatosi. Secondo diversi osservatori internazionali, il raid rappresenterebbe anche un tentativo di aumentare la pressione politica e militare su Teheran per accelerare i negoziati. La guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha reagito con toni durissimi, dichiarando che l’America non avrà più un punto sicuro per le sue malefatte, lasciando intendere che una futura risposta iraniana potrebbe colpire anche interessi statunitensi fuori dal Medio Oriente.

Sul tavolo delle trattative resta il memorandum destinato a prorogare la tregua per altri 60 giorni, favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz e avviare un confronto più ampio sul programma nucleare iraniano. Tuttavia, restano aperti nodi cruciali come lo sblocco degli asset iraniani congelati all’estero: Teheran punta a recuperare almeno 12 miliardi di dollari, parte di un pacchetto economico complessivo molto più ampio.

Uno dei temi più delicati riguarda proprio il nucleare. Washington pretende che l’uranio arricchito venga trasferito immediatamente agli Stati Uniti per essere distrutto oppure eliminato sotto supervisione internazionale. Trump ha spiegato che il processo potrebbe svolgersi anche “in loco o in un’altra località accettabile”, con il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. L’Iran, però, non ha ancora accettato pubblicamente queste condizioni e continua a sostenere che il dossier nucleare sarà affrontato solo in una fase successiva dei negoziati.

A complicare ulteriormente la situazione c’è la questione della riapertura dello Stretto di Hormuz: gli Usa chiedono il ripristino immediato della navigazione senza pedaggi, mentre Teheran starebbe valutando una tassa sui cosiddetti servizi alla navigazione, soluzione che consentirebbe all’Iran di ottenere introiti economici senza violare formalmente il diritto marittimo internazionale. In questo contesto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità del Paese a raggiungere un quadro dignitoso per porre fine alla crisi.

Israele intensifica gli attacchi, ucciso il capo di Hamas: Washington e Pechino cercano la de-escalation

Parallelamente alla crisi tra Washington e Teheran, il Medio Oriente continua a vivere una fase di forte instabilità militare. Secondo fonti israeliane riportate dal portale Ynet, Muhammad Odeh, considerato il nuovo capo dell’ala militare di Hamas, sarebbe stato ucciso durante un attacco dell’esercito israeliano a Gaza City. L’operazione sarebbe avvenuta pochi giorni dopo la sua nomina e rappresenterebbe un duro colpo per l’organizzazione palestinese. Successivamente, altri raid nella Striscia di Gaza avrebbero causato almeno due morti e oltre dieci feriti, aggravando ulteriormente la situazione umanitaria nell’area.

Nel frattempo, Israele sta intensificando anche le operazioni contro Hezbollah nel sud del Libano. Secondo il ministero della Salute libanese, gli ultimi bombardamenti avrebbero provocato 31 morti e 40 feriti, tra cui donne e bambini. Particolarmente colpita sarebbe stata la zona di Burj al-Shamali, vicino alla città di Tiro. In questo clima di crescente tensione regionale, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe avuto un colloquio telefonico con Donald Trump al termine di una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano. Secondo alcune indiscrezioni, gli Stati Uniti avrebbero chiesto a Israele di evitare attacchi diretti su Beirut per non compromettere i delicati colloqui con l’Iran.

Anche la Cina sta cercando di ritagliarsi un ruolo diplomatico nella crisi. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha invitato tutte le parti a mantenere il cessate il fuoco e a proseguire il dialogo. “Ci auguriamo che le parti interessate rimangano determinate a cercare un cessate il fuoco”, ha dichiarato il ministro cinese, sottolineando la necessità di trovare “un terreno d’intesa comune affinché la pace torni il più presto possibile in Medio Oriente”. Nel frattempo, Trump ha convocato il governo a Camp David per valutare sia l’impatto economico della guerra sia le conseguenze politiche interne. Il presidente americano è infatti sotto pressione da parte di democratici e repubblicani, che considerano le trattative con Teheran un possibile segnale di debolezza.

Un eventuale prolungamento della tregua oltre i 60 giorni potrebbe inoltre avvicinare la crisi iraniana alle elezioni di metà mandato, riducendo drasticamente i margini di manovra della Casa Bianca nel caso in cui i colloqui sul nucleare fallissero.