Italia, altri tagli alla ricerca sarebbero un suicidio

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Italia, altri tagli alla ricerca sarebbero un suicidio

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L’allarme lanciato dagli enti di ricerca: nuovi tagli alla ricerca sarebbero un suicidio per l’Italia. Ecco la situazione.

Nuovi tagli alla ricerca sarebbero un suicidio per l’Italia. Lo sostengono la Consulta dei Presidenti degli Enti Pubblici di Ricerca e la Conferenza dei Rettori CRUI. L’occasione è stata una conferenza stampa presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, tenutasi pochi giorni fa, nel corso della quale è stato lanciato un appello a chiare lettere: se nell’ambito della Legge di Bilancio si optasse per nuovi tagli alla ricerca, questo significherebbe un “suicidio” per il nostro Paese.

“I fondi destinata alla ricerca”, ha spiegato il presidente il presidente del CNR Massimo Inguscio, “non sono spese correnti da controllare e tagliare, ma investimenti”, “non tagliare i fondi per la ricerca è un modo per investire nella crescita del Paese, ridurli sarebbe invece un suicidio”.

Perso un miliardo di euro in dieci anni, via 10 mila ricercatori

Negli ultimi dieci anni circa, il mondo della ricerca ha perso quasi un miliardo di euro e 10 mila operatori del settore, 10 mila ricercatori in meno che rendono l’intero settore sottodimensionato e in costante difficoltà.

“Se riuscissimo a recuperare sia i fondi sia i ricercatori”, ha affermato Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei Rettori, “torneremmo a una situazione nella quale eravamo sotto dimensionati, ma almeno avevamo l’opportunità di avere dei giovani ricercatori”.

Fondi spesi fino all’ultimo centesimo e nessun tesoretto

Secondo Massimo Inguscio, ci sono “denari pubblici spesi fino all’ultimo centesimo e in una situazione nella quale siamo valutabili in un contesto sia nazionale che internazionale”. Anche Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, è intervenuto per evidenziare quanto gli enti di ricerca ‘spremano’ le poche risorse disponibili fino all’ultima goccia: “una lettura corretta dei bilanci degli enti indica con assoluta evidenza che non esistono tesoretti. Bisogna considerare che i fondi stanziati dagli enti per i progetti pluriennali vengono allocati ma non spesi”.

“Nelle amministrazioni”, ha spiegato Gaetano Manfredi, “ci sono flussi di cassa perché l’andamento delle entrate e delle uscite non è sincronizzato”. “Ad esempio per i progetti pluriennali c’è l’obbligo di accantonare le risorse: fondi come questi non sono tesoretti, ma giacenze di cassa.

Per anni la ricerca pubblica è stata accusata di spendere più di ciò che aveva, adesso invece viene accusata del contrario”.

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