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Attivismo alla Biennale: Pussy Riot e Femen denunciano la presenza russa

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Un sit-in con fumogeni e messaggi sul corpo ha acceso la polemica alla Biennale: le attiviste contestano la partecipazione russa e chiedono visibilità per i prigionieri politici

Alla Biennale di Venezia si è svolta una protesta che ha richiamato attenzione e polemiche: i collettivi Pussy Riot e Femen hanno inscenato un sit-in davanti al padiglione russo, denunciando la presenza di Mosca alla manifestazione. Le attiviste, riconoscibili per i passamontagna e i fumogeni, hanno diffuso musica e slogan mentre le componenti delle Femen mostravano scritte sui corpi.

L’azione ha rinnovato il dibattito sul rapporto tra arte, politica e responsabilità delle istituzioni culturali.

La forma e il messaggio della protesta

Durante l’azione, il collettivo composto da musiciste e performer ha adottato simboli forti: abiti scuri, passamontagna rosa e l’accensione di fumogeni per attirare l’attenzione dei visitatori. Lo slogan scandito e ripetuto dalle attiviste — tra cui abbiamo visto scritte come “La Russia uccide” e “Mosca uccide” — è stato accompagnato da sonorità e interventi performativi volti a interrompere la fruizione ordinaria dell’esposizione.

Questo tipo di protesta si inscrive nella tradizione della performance politica, che usa il gesto scenico come strumento di denuncia e visibilità.

Le motivazioni invocate

Le Pussy Riot hanno motivato la loro azione anche attraverso un post pubblicato sul social network X, sostenendo che la cultura per il governo russo sia diventata uno strumento di guerra.

Nel messaggio si parla di una strategia organizzata di soft power che sfrutta media, arte e lingua per esercitare influenza esterna. Le attiviste hanno accusato alcuni operatori europei di accogliere con superficialità o complicità elementi legati alla propaganda di Stato, inserendoli perfino nel cuore delle istituzioni culturali europee.

Chi sono le protagoniste

Le componenti di Pussy Riot sono attive dal 2011 come collettivo musicale e politico nato in opposizione al governo di Vladimir Putin. Alla guida spicca Nadia Tolokonnikova, nota per la partecipazione a una celebre azione del 2012 nella cattedrale di Mosca che portò a condanne detentive per alcune membri del gruppo. Attualmente molte delle attiviste vivono all’estero e proseguono la loro attività pubblica e politica; la loro storia personale è parte integrante del messaggio che veicolano nelle proteste pubbliche.

Situazione legale e iniziative recenti

Negli ultimi anni il gruppo e le sue fondatrici sono finite al centro di provvedimenti giudiziari in Russia: dal riconoscimento come organizzazione estremista ad iscrizioni nell’elenco degli agenti stranieri. Nadia Tolokonnikova, in vista della Biennale, ha annunciato incontri programmati con collezioniste e interlocutori locali nel quadro di una campagna dedicata a portare la voce dei prigionieri politici davanti al padiglione russo all’Esposizione del 2028. Tra le richieste dell’attivista ci sono anche colloqui con figure istituzionali locali; al momento, si segnala una disponibilità al dialogo da parte di alcuni esponenti regionali.

Reazioni e riflessioni

L’azione ha suscitato reazioni diverse: c’è chi vede nella protesta una legittima denuncia politica volta a proteggere la coerenza dei luoghi culturali, e chi la ritiene un’iniziativa divisiva che strumentalizza l’arte. Le istituzioni della Biennale e le autorità locali si trovano a dover bilanciare libertà di espressione, sicurezza degli eventi e rapporti diplomatici. Nel contempo, le richieste di portare all’attenzione internazionale la condizione dei detenuti politici continuano a occupare lo spazio pubblico e mediatico.

Implicazioni culturali

La vicenda solleva questioni complesse sul ruolo delle istituzioni culturali davanti a conflitti politici: la partecipazione di uno Stato a una rassegna d’arte può essere interpretata come un atto meramente culturale oppure come un veicolo di soft power. Gli attivisti sostengono che accogliere rappresentanze legate a regimi contestati senza condizioni equivalga a normalizzare pratiche di repressione; per gli organizzatori e alcuni critici, invece, escludere artisti per motivi geopolitici rischia di compromettere la natura inclusiva del dialogo culturale.

In definitiva, la protesta di Pussy Riot e Femen alla Biennale ha riacceso un dibattito che travalica l’evento veneziano: dalla definizione di responsabilità culturale alle modalità con cui si possono tutelare i diritti dei prigionieri politici, la discussione resta aperta e destinata a proseguire nei prossimi mesi.