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L’opinione di Lisa Pendezza

Caro Papa Francesco, le coppie che non hanno figli non sono uomini e donne a metà

Migliaia di coppie credenti speravano di trovare conforto almeno in Lei, nella Chiesa, in quel Dio che dovrebbe accoglierli e non giudicarli per un peccato che non hanno compiuto.

Te Deum Papa Francesco

Non ho cani né gatti. Ne ho avuti, in passato: due gatti, da ragazzina, quando abitavo con i miei genitori, e nessuno dei due – i gatti, intendo – ha mai avuto il permesso di salire sul divano o sul letto, di rubare il cibo dalla tavola, di impedirci di fare ciò che volevamo (andare in vacanza, uscire a cena, invitare amici a casa).

Nessuno, insomma, è mai stato trattato “da figlio”, “come un qualsiasi altro componente della famiglia”.

Non me ne vogliano animalisti e amanti dei nostri amici a quattro zampe: è semplicemente per premettere che no, non voglio tirare acqua al mio mulino.

Quello che vorrei è rivolgermi ai milioni di donne e di uomini che hanno ascoltato o letto il discorso di Papa Francesco sui figli e si sono sentiti donne e uomini a metà.

Quelle donne e quegli uomini che si sono sentiti responsabili di aver dato inizio a una nuova era, “l’epoca di orfanità che oggi ci fa tanto male, è un sentimento così brutto”.

Caro Santo Padre, mi perdoni se mi rivolgo a Lei, io che non sono nessuno, ma sa cos’altro è un sentimento brutto? Desiderare la genitorialità e non poterla avere, sentire le viscere che si contorcono e gli occhi che si riempiono di lacrime ma avere nel cuore una vuota sensazione di impotenza.

Sognare che la striscia diventi blu (non quella dei test Covid, per una volta), di stringere un neonato tra le braccia, di vederlo crescere, diventare bambino, poi ragazzo, poi adulto. E se tante coppie non possono coronare il proprio sogno, mi creda, non è perché preferiscono cani e gatti.

Non possono perché a volte “semplicemente i figli non arrivano” – espressione delicata per dire che la natura, chissà perché, ha deciso che alcune creature non hanno nel loro destino la maternità o la paternità.

Non possono perché la genetica lo impedisce, perché non riescono, perché per loro è scientificamente impossibile procreare. O perché ci si prova troppo tardi, a causa del lavoro (quando troppo e quando invece non c’è, per uno o per entrambi), delle difficoltà economiche, perché prima di avere un figlio gli si vuole assicurare un tetto sopra la testa.

Beh, si può sempre adottare, penserà qualcuno (come se fosse facile, come se adottare un bambino fosse come comprare un pacco di pasta al supermercato). Lo ha pensato anche il Pontefice, che infatti auspica che “le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario”.

Ad oggi, però, quel sogno è ancora infranto per migliaia di coppie che non possono adottare perché hanno scelto di non sposarsi (“La regola generale vigente in Italia è che solo le coppie sposate possono realizzare un’adozione legittimante” si legge sul sito della Commissione per le Adozioni Internazionali), perché coppie di fatto (“Possono essere dichiarate idonee all’adozione internazionale solo le coppie sposate e conviventi stabilmente da almeno tre anni”), perché troppo “anziani”, magari perchè prima di gettare la spugna e intraprendere la strada dell’adozione ci hanno provato per anni e anni (“Tra i coniugi adottanti e il minore adottando deve esserci una differenza d’età non inferiore ai 18 anni né superiore ai 45 anni”), perché affetti da patologie che li escludono automaticamente dall’iter (“Nel caso di coppie in cui uno dei coniugi sia affetto da un handicap, occorre verificare, caso per caso, se e come l’invalidità e la sua prevedibile evoluzione possono interferire con l’attitudine a farsi carico di un minore in stato di abbandono e con la necessità di dedicargli energie e attenzioni costanti per tutto il tempo necessario al suo cammino di crescita”) o perché non possono permettersi – economicamente ed emotivamente – di intraprendere un percorso difficile e doloroso come quello dell’affido e dell’adozione.

Oppure coppie che hanno scelto di non avere figli (e neanche a cani e gatti) per dedicarsi a quelli degli altri, magari come volontari, missionari laici, medici – in fondo non è la scelta che fa anche il clero?

O ancora, semplicemente, c’è chi ha capito molto prima della Chiesa che fare un figlio (o più, come chiede Lei) non è un obbligo, non lo prevede la legge né lo prescrive il medico. È una scelta personalissima, uno spazio privato nella vita della coppia in cui nessuno, neanche Lei, dovrebbe entrare.

Ma soprattutto, Santo Padre, le chiedo di mettersi nei panni di una donna o di un uomo, magari credenti, che desiderano un figlio che non arriva e si sono sentiti dire da lei, massima espressione del Dio in cui credono, che “negare la maternità e la paternità vi diminuisce, ci toglie umanità, la civiltà diviene più vecchia e senza umanità perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. E soffre la patria che non ha figli. Avere figli è la pienezza della vita di una persona“.

Queste persone, mi creda, si sentono già diminuite e disumanizzate. Già sentono di non avere pienezza, di essere un puzzle a cui manca un pezzo e che non sanno se mai potranno completarlo. E magari speravano di trovare conforto almeno in Lei, nella Chiesa, in quel Dio che dovrebbe accoglierli e non giudicarli per un peccato che non hanno compiuto.

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