La vicenda della Cascina Spiotta che ha segnato la storia degli anni di piombo, è tornata davanti a un tribunale con una sentenza che ricompone responsabilità e profili giuridici rimasti controversi per decenni. Il procedimento si è concentrato sulla morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso ucciso il 5 giugno 1975 durante il blitz per liberare l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia.
La decisione è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Alessandria e ha suscitato reazioni nette dalle parti civili e dai legali coinvolti.
Nel corso del dibattimento sono tornati al centro i nomi storici dell’organizzazione: Brigate Rosse i capi imputati e chi materialmente partecipò allo scontro a fuoco. Al termine della camera di consiglio la Corte ha definito le posizioni processuali con misure diverse per i tre imputati principali, riportando così sulla scena pubblica fatti accaduti ormai cinquant’anni fa.
La sentenza della Corte d’Assise di Alessandria
I giudici hanno inflitto a Lauro Azzolini una pena di sei anni di reclusione, misura che è stata dichiarata in continuazione con un’altra condanna a suo carico. Per gli altri due imputati, Renato Curcio e Mario Moretti la procedura si è conclusa con una dichiarazione di prescrizione del reato.
Questa differenziazione ha spiegazioni legali precise legate alla rinnovata qualificazione del contributo all’evento omicidio e alla tempistica dell’azione giudiziaria.
Reazione dei familiari e commenti degli avvocati
La famiglia di Giovanni D’Alfonso si è espressa con emozione: “Ci aspettavamo una sentenza diversa ma la verità sulla morte di mio marito è emersa“, ha dichiarato la vedova, esprimendo il peso di una vicenda che ha segnato la loro esistenza. I legali delle parti civili hanno sottolineato come, a loro avviso, il verdetto rappresenti il riconoscimento di elementi ritenuti fondamentali per ricostruire i fatti.
La riqualificazione del ruolo e il concorso anomalo
Nel corso del dibattimento è emersa una valutazione tecnica sul concorso di responsabilità: ai due ex dirigenti delle Brigate Rosse è stato riconosciuto un ruolo indicato come concorso anomalo rispetto al delitto di omicidio attribuito all’autore materiale. Il concetto di concorso anomalo riguarda i casi in cui il risultato finale è più grave di quanto voluto o prevedibile da alcuni partecipanti, ed è stato utilizzato per spiegare la diversa sorte processuale tra chi sarebbe stato presente allo scontro a fuoco e chi avrebbe avuto responsabilità di vertice.
La distinzione tra chi ha materialmente sparato e chi ha fornito direzione organizzativa è stata centrale per la decisione di dichiarare la prescrizione nei confronti di Curcio e Moretti, mentre per Azzolini la dimensione dell’azione a lui attribuita ha portato alla condanna a sei anni, in continuità con precedenti sentenze penali che gravano sulla sua posizione.
Richieste e prove che hanno alimentato il processo
Le indagini che hanno condotto al processo hanno rielaborato elementi storici e materiali investigativi, con esposti e nuove verifiche sollevate dalla famiglia della vittima. L’impianto accusatorio iniziale aveva chiesto pene più severe, ma la riqualificazione giuridica e la valutazione temporale dei reati hanno modificato gli esiti richiesti dall’accusa. Nel dibattito sono emerse anche analisi sulle modalità dell’azione brigatista e sulla complessità delle responsabilità collettive.
Nel commento alla sentenza è stata citata la dichiarazione dell’avvocato della famiglia: “La verità è stata accertata“, sottolineando come, a parere delle parti civili, il processo abbia offerto una ricostruzione giudiziaria attesa da decenni. Un altro passaggio riportato dagli avvocati delle parti civili esprime una volontà simbolica nel caso di eventuali risarcimenti: “Se mai Azzolini dovesse versare un risarcimento, vorremmo che i soldi andassero a un’associazione di orfani“.
Nel corso delle udienze è stato ribadito anche il carattere del procedimento: “Non è un processo politico o una vendetta dello Stato; ma un processo normale“, ha affermato chi ha rappresentato i familiari, per sottolineare la natura giudiziaria e tecnica della controversia.
Questa sentenza chiude una fase processuale di un evento storico avvenuto il 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta restituendo alla memoria pubblica una ricostruzione giudiziaria che intreccia responsabilità individuali e questioni di diritto penale legate al tempo trascorso e alle qualificazioni dei reati.
