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Covid, quante sono le possibilità di reinfezione per i guariti?

Chi è guarito dal Covid non può abbassare la guardia: c'è la possibilità di reinfezione, soprattutto con le nuove varianti. Chi sono i soggetti più a rischio?

riprendere il covid

Chi è guarito dal Covid non può abbassare la guardia: c’è la possibilità di reinfezione, soprattutto con le nuove varianti. Chi sono i soggetti più a rischio?

Covid, le possibilità di reinfezione

Il rischio di reinfezione esiste e non è trascurabile.

Stando ai dati ISS – Istituto Superiore di Sanità – dal 24 agosto al 9 gennaio il 2,7% dei casi di positività sono attribuiti a persone che hanno contratto per una seconda volta il virus. Questa percentuale cresce e raggiunge il 3,2% se si considera il lasso di tempo tra la scoperta di Omicron – isolata l’11 novembre – e qualche settimana fa. Con la nuova variante, infatti, il contagio dopo una guarigione è 5 volte più frequente rispetto a quanto avviene con Delta.

Stando alla definizione del Ministero della Salute, un «caso di reinfezione» è tale se la persona ha contratto Sars-Cov-2 a distanza di almeno 90 giorni dalla malattia precedente, oppure a meno di 90 giorni ma con ceppo virale diverso.

Reinfezione Covid: i soggetti più a rischio

Chiaramente i non vaccinati sono coloro che rischiano di più di incappare in un caso di reinfezione: 21mila i casi di reinfezione nei non immunizzati tra metà dicembre e metà gennaio.

A loro si aggiungono anche gli operatori sanitari: le reinfezioni sono state oltre 4.000 in un mese.

Osservando le fasce di età, si sono riammalati più nella fascia 20-39 anni (39% del totale delle reinfezioni). Seguono poi i soggetti tra 40- 59 anni (34%).

Reinfezione Covid: come cambiano i sintomi

«Abbiamo però dati molto solidi che mostrano come le cellule T, quelle della memoria immunologica, restino attive anche contro la nuova variante, evitando le forme gravi di malattia. Questo spiega perché oggi, nonostante il numero elevatissimo di contagi, la quota di pazienti ricoverati, anche in terapia intensiva, non raggiunga livelli allarmanti».

Il discorso del dottor Mario Clerici, professore di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, spiega perché, nonostante i casi di reinfezione, le terapie intensive non sono troppo affollate e chi contrare il virus per una seconda o successiva volta non si ammala in forma grave.

Si noti bene – ricorda il dottor Clerici – che è comunuque altamente improbabile contagiarsi due volte con lo stesso ceppo, anche nel caso di Omciron che ha un tasso di infettività molto elevato.

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