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Coronavirus, il modello Piacenza: visite domiciliari e cure precoci

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Per evitare affollamenti negli ospedali, Piacenza ha elaborato un vero e proprio modello per curare i pazienti di coronavirus.

coronavirus medico micheli brescia

Tra le strategie messe in atto dai diversi comuni per fronteggiare l’emergenza coronavirus spicca quella di Piacenza: il suo modello consiste nel visitare i pazienti presso il proprio domicilio, nel monitorarli da remoto e nell’aggredire la malattia dal principio.

Un sistema che ha permesso di ridurre gli accessi al Pronto Soccorso ma anche i contagi.

Coronavirus: il modello Piacenza

A raccontarne il funzionamento è stato Luigi Cavanna, un primario dell’Ospedale cittadino, che ha optato per cercare e curare i malati casa per casa.

Pochi giorni dopo la diagnosi del primo caso a Codogno una paziente oncologica lo ha chiamato perché presentava i sintomi dell’infezione ma non voleva recarsi in ospedale per non rischiare di rimanerne contagiata. Così si è recato lui a casa sua facendole le terapia necessarie e lasciandole un apparecchio per misurare la quantità di ossigeno nel sangue. “Tutti i giorni ci mandava informazioni su come andava e da lì è nata l’idea: ma perché non andiamo a curare precocemente questi pazienti a domicilio?”.

In questo modo tante persone hanno ricevuto le cure da casa tramite la somministrazione di farmaci antivirali. Cavanna ha infatti spiegato che coloro a cui sono stati somministrati precocemente e partivano con una febbre a 39-40 non sono stati ricoverati e sono migliorati a casa. “Il problema non è andare a fare il tampone a domicilio, spesso non c’è tempo.

L’importante è iniziare precocemente le cure“, ha aggiunto.

Il suo metodo non si basa quindi su un semplice assunto: evitare l’ospedalizzazione per potenziare l’assistenza domiciliare e diminuire i ricoverati in terapia intensiva. Se infatti alcune malattie arrivano all’improvviso e non è possibile curarle precocemente, il coronavirus inizia a manifestarsi con febbre e tosse e soltanto dopo compare l’insufficienza respiratoria. Pertanto è possibile monitorare i pazienti sin dalla presenza dei primi sintomi e tenersi in contatto con loro da remoto, tramite messaggi o chiamate per gli aggiornamenti sulle loro condizioni.


Per capire se si tratta davvero dell’infezione, il metodo utilizzato non è quello del tampone. “Se una persona ha sintomi come febbre, tosse secca, dolori articolari, disturbi del gusto e dell’olfatto in una zona endemica come Piacenza non ci sono dubbi“, ha sottolineato. Per un ulteriore conferma si utilizzano anche strumenti per fare delle ecografie al torace nelle case dei casi sospetti. Trattandosi di una polmonite interstiziale, dà infatti una immagine caratteristica anche nelle ecografie.

Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it


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Debora Faravelli

Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it

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