Alla vigilia di nuovi colloqui a Islamabad, la guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase cruciale: il Pakistan prova a portare Teheran al tavolo negoziale mentre Donald Trump intensifica la pressione con minacce esplicite in caso di mancato accordo. Tra diplomazia fragile, tensioni militari nel Golfo di Oman e scadenza imminente della tregua, il rischio di un’escalation resta elevato.
Guerra Iran: diplomazia fragile tra aperture e ultimatum
Parallelamente al confronto diplomatico, la tensione sul piano militare resta altissima. L’Iran ha chiesto l’immediato rilascio della nave cargo sequestrata dalle forze statunitensi nel Golfo di Oman, definendo l’operazione “pericolosa” e “criminale”. Secondo Washington, l’imbarcazione battente bandiera iraniana avrebbe tentato di forzare il blocco navale imposto nell’area, provocando l’intervento della Marina americana.
Teheran ha domandato la liberazione della nave, dell’equipaggio e delle famiglie coinvolte, avvertendo che utilizzerà “tutte le proprie capacità” per difendere i propri interessi e attribuendo agli Stati Uniti la responsabilità di un’eventuale escalation. Anche sul fronte nucleare Trump ha rivendicato i risultati delle operazioni militari, sostenendo su Truth che “l’operazione Martello di mezzanotte è stata una completa e totale distruzione dei siti di polveri nucleari in Iran”, aggiungendo che il recupero dell’uranio sarà “lungo e difficoltoso”.
Nel frattempo Israele osserva con attenzione gli sviluppi regionali e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivendicato i risultati ottenuti contro le minacce alla sicurezza nazionale. In occasione della Giornata della Memoria israeliana per i soldati caduti e le vittime di azioni ostili, il premier ha dichiarato che “la battaglia non è ancora finita, ma abbiamo già eliminato una minaccia esistenziale”, aggiungendo che Israele ha colpito duramente i propri nemici ed è oggi “più forte che mai”. Netanyahu ha poi ricordato che la memoria collettiva rappresenta una parte essenziale dell’identità nazionale, definendola il fondamento di “una nazione che lotta costantemente per la propria sicurezza”. Sullo sfondo resta la minaccia più esplicita lanciata da Trump: “Se la tregua scade senza accordo, molte bombe inizieranno a esplodere”, una frase che conferma quanto il rischio di una nuova escalation resti concreto e immediato.
Guerra Iran, Trump torna a minacciare Teheran: “Accordo subito o bombe”
La crisi in Medio Oriente continua a svilupparsi tra tentativi di mediazione e dichiarazioni sempre più dure. Il Pakistan sta cercando di favorire un nuovo confronto tra Iran e Stati Uniti e, secondo quanto riferito da un alto funzionario di Islamabad a Reuters, ci sarebbero segnali incoraggianti da parte di Teheran. “Abbiamo ricevuto un segnale positivo dall’Iran. La situazione è in continua evoluzione, ma stiamo cercando di garantire la loro presenza quando inizieremo i colloqui”, ha spiegato la fonte, sottolineando il lavoro diplomatico in corso tra Pakistan, Iran e Washington in vista della scadenza del cessate il fuoco annunciato dal presidente americano Donald Trump. Grande attenzione è rivolta al secondo round di colloqui previsto a Islamabad, dove dovrebbe arrivare anche il vicepresidente statunitense JD Vance, mentre resta ancora incerta la partecipazione della delegazione iraniana.
Trump, tuttavia, continua a mantenere una linea estremamente rigida, ribadendo che Teheran dovrà accettare un accordo che escluda in modo definitivo ogni possibilità di sviluppare armi nucleari. “Beh, negozieranno, e se non lo faranno, si troveranno ad affrontare problemi mai visti prima”, ha dichiarato durante un’intervista radiofonica, aggiungendo: “Spero che raggiungano un accordo giusto e che ricostruiscano il loro Paese”. Il presidente americano ha inoltre difeso l’intervento militare contro l’Iran, sostenendo che “non avevamo scelta. Dovevamo farlo”, e ha rilanciato anche sul piano strategico il blocco dello Stretto di Hormuz, affermando che resterà attivo fino al raggiungimento di un’intesa.
Da Teheran, però, la risposta è stata immediata: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato Washington di voler trasformare il negoziato in “un tavolo di resa”, precisando che l’Iran “non accetta negoziati all’ombra della minaccia”, mentre il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che “il popolo iraniano non si piega alla forza”.