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Hormuz riaperto sì, ma con contributi: cosa cambia nei colloqui Usa-Iran a Doha

Hormuz riaperto sì, ma con contributi: cosa cambia nei colloqui Usa-Iran a Doha

Dopo i colloqui in Svizzera ripartono i negoziati a Doha: Iran e Oman avrebbero definito l’apertura dello Stretto di Hormuz subordinata a contributi per le navi, mentre il Qatar preme per la libertà di navigazione e Donald Trump minaccia l’Oman.

La diplomazia nel Golfo è tornata al centro dell’attenzione: dopo una due giorni in Svizzera, le delegazioni statunitensi e iraniane riprendono i colloqui a Doha da mercoledì, con l’obiettivo di trasformare un’intesa preliminare in un accordo più solido. Nel frattempo, però, un’intesa concreta sarebbe emersa altrove: Iran e Oman avrebbero trovato un accordo sul futuro dello Stretto di Hormuz che prevede la riapertura alla navigazione internazionale ma introduce una forma di pagamento per i servizi marittimi.

Il tema è delicato perché tocca il principio della libera navigazione e la sicurezza energetica globale: il memorandum firmato a inizio mese prevedeva che l’Iran si impegnasse a garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali senza costi per 60 giorni poi avrebbe dovuto aprirsi un dialogo con l’Oman per definire la gestione futura. Secondo interlocutori vicini ai negoziati questa fase iniziale sarebbe già evoluta verso una proposta che introduce contributi per i transiti.

Accordo Iran-Oman: riapertura a costo «volontario» per le navi

Fonti coinvolte nei contatti spiegano che Iran e Oman condividono l’intenzione di sfruttare la situazione creata dal conflitto per ricalibrare la gestione dello Stretto: la rotta tornerà accessibile ma non gratuitamente. L’ipotesi sul tavolo prevede che le compagnie navali paghino dei contributi di servizio su base apparentemente «volontaria», soluzione pensata per evitare di scontrarsi frontalmente con il principio della libertà di navigazione.

L’idea riprende meccanismi già diffusi in altre aree strategiche, dove si applicano commissioni per servizi marittimi e transito.

Il margine di trattativa con gli Stati Uniti

Resta però aperto il nodo più politico: se e come questa soluzione venga accettata dagli Stati Uniti e dagli altri attori internazionali. I negoziatori americani avrebbero ricevuto la proposta dall’Oman e manifestato riserve, perché un pedaggio di fatto contrasterebbe con le dichiarazioni pubbliche sulla libera navigazione. In questo contesto è emersa una lettura critica della svolta: «Nessuno crede davvero nel ritorno allo status quo», e si sostiene che «si stanno inventando un pedaggio de facto sotto forma di “pagamento di servizi”».

Il ruolo del Qatar e le tensioni diplomatiche

Il Qatar ha assunto un ruolo di mediazione più marcato nella fase successiva alla Svizzera, spingendo per evitare cambiamenti unilaterali nello status dello Stretto. Majed bin Mohammed Al Ansari, consigliere del primo ministro di Doha e portavoce del ministero degli Esteri, ha ripetuto in conferenza stampa che non devono esserci ostacoli alla libertà di navigazione e che il Qatar «non accetta alcun cambiamento allo status attuale nello Stretto di Hormuz», sottolineando i contatti quotidiani con l’Oman per disinnescare la proposta di nuova gestione.

La pressione diplomatica è palpabile: da un lato la volontà di Teheran e Mascate di stabilire un nuovo schema di amministrazione, dall’altro la determinazione di Doha a mantenere libero l’accesso marittimo. In questo equilibrio si inseriscono anche le dichiarazioni pubbliche della leadership iraniana che riaffermano i diritti sovrani di Teheran e della sua controparte nel dialogo con l’Oman. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo delegazione, ha ribadito che l’Iran e l’Oman detengono la sovranità sullo Stretto e non intenderanno rinunciare a tali diritti.

La variabile delle minacce e delle reazioni militari

Allo scenario diplomatico si sovrappongono toni più aggressivi: durante una riunione di governo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha pronunciato parole minacciose rivolte all’Oman che mettono in tensione ulteriormente la trattativa. La frase testuale suona: «L’Oman farà bene a comportarsi come si deve, o dovremo farlo saltare per aria». Dichiarazioni di questo tenore complicano la possibilità di un compromesso trattato esclusivamente su basi tecniche.

Conferme operative sul calendario dei negoziati arrivano anche dal Qatar: il ministero degli Esteri ha comunicato la presenza a Doha di delegazioni americane e dell’Iran per incontri che dovrebbero restare in gran parte tecnici. Il ritorno dei colloqui coincide con la prospettiva che il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum non sarà sufficiente per completare un accordo omnicomprensivo, e che si possa arrivare a una proroga oltre la metà di agosto.

La combinazione di accordi bilaterali, pressioni regionali e minacce pubbliche racconta di una fase di transizione nello Stretto di Hormuz: la sua riapertura ai traffici internazionali è verosimile, ma probabilmente soggetta a nuovi obblighi economici e a una gestione condivisa tra Paesi costieri. I prossimi incontri a Doha determineranno se la soluzione «contributiva» sarà negoziata su basi tecniche o se si trasformerà in una questione geopolitica più ampia.

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