La regione dei Grandi Laghi africani è nuovamente al centro dell’attenzione sanitaria internazionale per un focolaio di Ebola attribuito al virus Bundibugyo. Secondo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, l’evento si è trasformato in un’epidemia «estremamente grave e difficile», con numeri che mostrano la rapida espansione del contagio: sono riportati 101 casi confermati in laboratorio nella Repubblica Democratica del Congo e oltre 900 casi sospetti.
In risposta, l’OMS ha elevato il livello di rischio nella Rdc e dichiarato la situazione PHEIC in seguito alla dichiarazione del 17 maggio.
La diffusione non è limitata ai confini della Rdc: l’Uganda ha notificato sette casi confermati, inclusi operatori sanitari ricoverati a Kampala. Per coordinare la risposta, Tedros ha annunciato che si recherà in Repubblica Democratica del Congo con il direttore esecutivo del Programma per le emergenze sanitarie, Chikwe Ihekweazu, il 26 maggio.
Sul fronte europeo, due persone rientrate dall’Uganda e valutate presso l’ospedale Sacco di Milano sono risultate negative ai test per Ebola, mentre approfondimenti microbiologici hanno evidenziato la presenza di Shigella nei campioni analizzati.
Perché questa epidemia è particolarmente complessa
Più fattori si combinano rendendo la gestione critica: il ritardo nell’identificazione del primo focolaio ha permesso al virus di radicarsi in più aree, costringendo le squadre a recuperare il controllo di una situazione già in espansione.
Le province con maggior coinvolgimento, come Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, sono teatro di conflitti che hanno provocato oltre 100mila sfollati e hanno reso molte zone difficili da raggiungere. Inoltre, la fiducia delle comunità verso le autorità sanitarie è scarsa: attacchi a strutture mediche e sospetti nei confronti degli operatori complicano il tracciamento dei contatti e le attività di sorveglianza, il cui tasso di monitoraggio è ancora limitato.
Sicurezza, movimenti di popolazione e monitoraggio
In Ituri quasi 5 milioni di persone vivono in contesti di insicurezza continua; la mancanza di accesso regolare ai servizi sanitari e la mobilità transfrontaliera con Uganda e Sud Sudan favoriscono la diffusione. L’OMS segnala che nelle aree colpite sono stati identificati migliaia di contatti (circa 1.817 segnalati) ma il follow-up rimane insufficiente. La combinazione di insicurezza, carenza di diagnostica e servizi sanitari già sotto pressione aumenta il rischio di una sottostima dei casi e rallenta l’intervento tempestivo.
La risposta internazionale e le risorse mobilitate
Per fronteggiare l’emergenza, l’OMS lavora fianco a fianco con l’Africa CDC e numerosi partner: è stato attivato un Team di supporto per la gestione degli incidenti (Imst) a livello continentale e si sta finalizzando un piano strategico multi-agenzia allineato con i piani nazionali della Rdc e dell’Uganda. L’agenzia ha stanziato 3,9 milioni di dollari dal proprio Fondo di contingenza e ha convocato i ministri della Salute africani per sollecitare interventi rapidi, con particolare attenzione alle attività comunitarie per ricostruire la fiducia.
Servizi integrati sul campo
I partner umanitari mantengono operativi servizi essenziali nelle aree colpite: assistenza materna e neonatale, trattamento della malnutrizione, salute mentale, cura delle ferite e supporto per le vittime di violenza sessuale. Fornire un pacchetto completo non solo risponde a bisogni sanitari urgenti, ma è anche strategico per instaurare rapporti di fiducia con le comunità, elemento ritenuto cruciale dall’OMS per arrestare la catena di trasmissione.
Terapie, vaccini e studi clinici in corso
Un nodo centrale è l’assenza di vaccini o terapie specifiche approvate contro il virus Bundibugyo. L’OMS ha comunque riunito la Rete provvisoria per le contromisure mediche e ha raccomandato di dare priorità a due anticorpi monoclonali per l’avanzamento in sperimentazioni cliniche. È in fase di sviluppo una sperimentazione per valutare l’antivirale obeldesivir come profilassi post-esposizione per soggetti ad alto rischio, insieme all’Africa CDC e ad altri consorzi di ricerca. Storicamente il virus Bundibugyo ha causato pochi focolai (Uganda 2007, Rdc 2012) e stime precedenti indicano una letalità inferiore rispetto al virus Zaire.
Situazione nei Paesi coinvolti e misure di prevenzione
In Uganda i casi confermati sono sette, con due nuovi operatori sanitari ricoverati a Kampala in un’unità di trattamento designata; le autorità hanno anche annullato manifestazioni di massa per limitare il rischio di diffusione. In Europa, l’Italia mantiene un livello di rischio considerato molto basso: i due casi sospetti valutati al Sacco di Milano sono risultati negativi per Ebola, mentre i test hanno evidenziato la presenza di Shigella, suggerendo altre ipotesi diagnostiche. Il ministero della Salute italiano partecipa al coordinamento nazionale e continuerà a fornire aggiornamenti ufficiali in base all’evoluzione epidemiologica.