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Perquisizione a Washington: Trump vuole deportare Ilhan Omar

Perquisizione a Washington: Trump vuole deportare Ilhan Omar

Il perquisizione a Washington riaccende la faida tra Trump e la deputata Ilhan Omar, con nuove accuse di frode e richieste di deportazione.

Il 12 ottobre 2026 gli agenti federali hanno fatto irruzione nella residenza di Ilhan Omar a Washington, DC, sequestrando cellulare, computer, quaderni e il passaporto. L’operazione, eseguita da Homeland Security Investigations, è avvenuta appena poche settimane prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, in cui la deputata del quinto distretto del Minnesota è di nuovo candidata.

Omar ha subito accusato le autorità di una “indagine politicamente motivata” e ha definito la perquisizione un tentativo di colpire i suoi avversari.

La perquisizione federale a Washington

Durante l’intervento, gli ufficiali hanno anche emesso oltre una dozzina di mandati di comparizione davanti a un gran giurì in Minnesota, rivolti a diversi familiari della congressista.

La procura federale, guidata da Jeanine Pirro ha avviato un’indagine separata sui movimenti finanziari di Omar, lasciando intendere che, se fossero emersi reati, la deputata potrebbe affrontare procedimenti penali oltre alla possibile revoca della cittadinanza. Il dipartimento di Giustizia ha più volte ricordato che la revoca della cittadinanza richiede la dimostrazione di una falsità materiale nella domanda originale.

Le indagini precedenti e i nuovi quesiti

Il caso non è un episodio isolato, sotto la prima amministrazione Trump, un funzionario di nome politico aveva richiesto una revisione dei documenti di Omar, allora nuova deputata del Minnesota. Quell’indagine, condotta da USCIS e da Homeland Security Investigations, aveva già esaminato la sua data di nascita (1982) e il servizio militare del padre in Somalia, Tre ex funzionari confermano che la verifica aveva ritenuto solido il percorso di naturalizzazione di Omar, avvenuto nel 2000.

Dettagli sul sequestro dei documenti

Nel nuovo giro di investigazioni, le autorità stanno nuovamente verificando se Omar o il padre avessero indicato un’età differente nella domanda di cittadinanza, passando da 17 a 18 anni, dato che la legge consentirebbe la cittadinanza automatica ai minori di 18 al momento della naturalizzazione dei genitori. Il documento del padre non aveva sollevato dubbi, ma gli agenti vogliono ora accertarsi che non vi siano state modifiche retroattive. Il sequestro dei dispositivi elettronici dovrebbe fornire comunicazioni o appunti che possano chiarire eventuali discrepanze.

Le reazioni di Trump e di Ilhan Omar

Il giorno successivo alla perquisizione, l’ex presidente donald trump ha definito Omar “sick and dishonest” e ha aggiunto che la sua terra d’origine, la Somalia, è un “real s—house”. Trump ha inoltre sostenuto che la deputata, pur essendo cittadina americana, “potrebbe essere deportata”. In risposta, Omar ha pubblicato su X che la vicenda è “un attacco a tutto tondo” volto a intimidire i suoi sostenitori e a trasformare le forze dell’ordine in un’arma politica. La deputata ha ribadito la sua fedeltà agli Stati Uniti, negando ogni forma di frode.

Il contesto è quello di una più ampia campagna anti-somala lanciata da Trump, che dal 2025 ha richiesto la revoca dello status di protezione temporanea per i migranti somali e ha spesso dipinto la comunità somala del Minnesota come una minaccia. Con la perquisizione a poche settimane dalle elezioni, le accuse di Trump si inseriscono in un clima di forte tensione politica, mentre gli organi giudiziari valutano se le indagini possano effettivamente sfociare in una procedura di denaturalizzazione.

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