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Sospese le certificazioni per i Cpr: misura cautelare per otto medici a Ravenna

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La Procura di Ravenna ha disposto misure cautelari contro otto medici del reparto di Malattie infettive: tre interdizioni dalla professione e cinque divieti per le certificazioni relative ai Cpr

La vicenda che coinvolge il reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna si è trasformata in un procedimento giudiziario che ha portato a misure cautelari nei confronti di otto medici. Secondo il provvedimento del Gip Federica Lipovscek, alcuni certificati rilasciati sarebbero serviti a dichiarare la non idoneità alla permanenza nei CprCentri di permanenza per i rimpatri – di cittadini stranieri irregolari, in apparente opposizione al sistema di gestione dei rimpatri.

La decisione del Gip ha imposto l’interdizione dalla professione per dieci mesi a tre medici e, per altri cinque, il divieto, sempre per dieci mesi, di occuparsi di pratiche e certificazioni relative all’idoneità per i Cpr. Le misure sono state ritenute necessarie per il rischio di reiterazione del reato sulla base di un quadro indiziario ritenuto grave dall’autorità giudiziaria.

Provvedimenti e natura delle accuse

Nel provvedimento del Gip sono indicate le ipotesi di reato contestate: falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. I pubblici ministeri Daniele Barberini e Angela Scorza avevano chiesto per tutti gli otto indagati la sospensione totale dall’attività per un anno, ma il Gip ha ridimensionato la durata a dieci mesi pur confermando la necessità di misure cautelari. L’attenzione della magistratura è concentrata sulla presunta premeditazione delle attestazioni, rilasciate secondo gli inquirenti in base a presupposti non clinici ma ideologici.

Dettagli sulle sanzioni

Per tre medici è stata disposta l’interdizione totale dall’esercizio della professione medica per dieci mesi, misura che impedisce l’attività clinica in generale. Agli altri cinque è stato imposto un divieto specifico, della stessa durata, che li esclude unicamente dall’attività di rilascio di certificazioni sull’idoneità alla detenzione amministrativa nei centri di rimpatrio. La differenziazione delle misure riflette la valutazione del Gip sulla responsabilità e sul rischio di recidiva per ciascun indagato.

L’inchiesta: origine e elementi probatori

Le indagini, avviate dalla Procura di Ravenna nello luglio 2026, si fondano su informative dello Sco e della Squadra Mobile e su materiale acquisito nelle perquisizioni, tra cui chat sequestrate durante la perquisizione informatica del 12 febbraio. Gli accertamenti hanno analizzato l’attività svolta nel reparto tra settembre 2026 e gennaio 2026, ricostruendo comportamenti organizzati che, secondo l’accusa, avrebbero prodotto certificazioni di non idoneità non motivate da riscontri clinici.

Dati e riscontri emersi

Nel periodo esaminato, 64 persone sono state accompagnate nel reparto per la valutazione dell’idoneità ai Cpr: 34 sono state dichiarate non idonee e 10 hanno rifiutato la visita medica. Dei 44 soggetti tornati in libertà a seguito di questi esiti, la Procura ha segnalato che almeno 10 avrebbero successivamente commesso circa 20 reati sul territorio. Questi numeri sono stati utilizzati per sostenere il concreto pericolo di reiterazione dei reati e la gravità degli indizi raccolti.

Implicazioni istituzionali e reazioni

L’Ausl Romagna aveva già provveduto a sospendere gli otto medici dall’incarico di certificazione prima degli interrogatori di garanzia, ma il Gip ha ritenuto necessario adottare provvedimenti giudiziari cautelari per arginare il rischio di ulteriori comportamenti analoghi. La vicenda apre interrogativi sul ruolo delle certificazioni sanitarie nel circuito amministrativo dei rimpatri e sulle garanzie che regolano l’accertamento dell’idoneità alla detenzione amministrativa.

Al centro del dibattito restano l’accuratezza delle valutazioni cliniche e la separazione tra scelte mediche e orientamenti ideologici. L’indagine segue il percorso giudiziario con acquisizioni documentali e testimonianze, mentre la comunità locale e gli stakeholders sanitari restano in attesa degli sviluppi processuali che chiariranno responsabilità e dinamiche interne al reparto.

Prospettive processuali

Le misure cautelari non costituiscono una sentenza ma costituiscono un passo nell’istruttoria della Procura di Ravenna. Nei prossimi mesi l’attività investigativa e gli atti processuali dovranno precisare i contorni delle ipotesi accusatorie. La presenza di chat e informative dello Sco rafforza la base probatoria, ma sarà il procedimento a valutare se le attestazioni erano effettivamente frutto di scelte preordinate o il risultato di valutazioni cliniche legittime.