Crisi climatica già in atto: un grave problema di cui nessuno parla
Crisi climatica già in atto: un grave problema di cui nessuno parla
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Crisi climatica già in atto: un grave problema di cui nessuno parla

Crisi climatica già in atto: un grave problema di cui nessuno parla
Crisi climatica già in atto: un grave problema di cui nessuno parla

I media parlano della crisi climatica nelle note a piè di pagina mentre l’industria e i politici ci conducono al collasso sistemico del pianeta.

Ciò che è saliente non è importante. Ciò che è importante non è saliente. I media ci allontanano dalle questioni determinanti per le nostre vite e ci avvicinano, invece, ad argomenti del tutto irrilevanti.

Stando alle tendenze attuali, questo sarà l’anno più caldo di sempre. Il record precedente si è registrato nel 2015; quello precedente a quest’ultimo nel 2014. Infatti 15 dei 16 anni più caldi si sono susseguiti tutti nel XXI secolo. Gli ultimi 14 mesi hanno battuto il record della temperatura mensile globale. Ma si possono ancora sentire delle persone convinte di una vecchia pretesa, proposta primaditutto dai lobbisti di combustibili fossili, che il riscaldamento globale si è fermato nel 1998.

Lo scorso inverno, il ghiaccio artico ha ricoperto un’area più piccola rispetto a quanto è accaduto ogni inverno dall’inizio del fenomeno.

In Siberia, uno scoppio di antrace sta infuriando tra le popolazioni umane e animali, perché i cadaveri infetti rimasero bloccati in uno strato di ghiaccio permanente da quando fu sciolta l’ultima epidemia nel 1941. L’India è stata colpita da cicli di siccità e inondazioni, poiché il calore inaridisce i suoli e scioglie i ghiacciai dell’Himalaya. L’Africa meridionale e orientale è in uno stato di emergenza umanitaria a causa della siccità. Incendi in tutta l’America; barriere coralline di tutto il mondo in fin di vita.

Queste tragedie sono considerate dai media come effetti di “El Niño“: un’oscillazione naturale del clima causata da blocchi di acqua calda che si formano nel Pacifico. Ma i dati dimostrano che questo rappresenta solo 1/5 dell’aumento di temperatura globale. La fase di El Niño è ormai superata, ma ricade ancora nei record.

Otto mesi fa a Parigi, 177 nazioni hanno promesso di cercare di garantire una temperatura media globale non superiore a 1.5 ° sopra il livello preindustriale.

È, infatti, già scesa a 1.3° – più velocemente di quanto si pensasse. Con rispetto, gli scienziati si erano sbagliati. Ci avevano detto di aspettarci una crisi climatica nella seconda metà del secolo ma questa è già in atto.

Se fossimo ciechi, ci saremmo dimenticati dei report, ma forse l’aspetto più notevole della piattaforma democratica (il manifesto del partito), approvato a Philadelphia la scorsa settimana, era la sua posizione sul mutamento climatico. La campagna di Hillary Clinton ora promette una mobilizzazione nazionale e globale “su una scala mai più vista dalla Seconda Guerra Mondiale”. Cercherà di negoziare di nuovo gli affari commerciali per proteggere il mondo vivente, per fermare la trivellazione petrolifera nell’Artico e Atlantico e di assicurare agli Stati Uniti che “raggiungerà l’energia pulita in mezzo secolo”.

Ci sono alcune contraddizioni nella piattaforma. A giudicare da un paragrafo un po’ stravagante, i Democratici credono di poter risolvere il mutamento climatico ampliando strade e aeroporti.

Si vanta per le vendite record nell’industria automobilistica e promette di tagliare “il nastro rosso”, termine usato dai lobbisti aziendali per le proteziini pubbliche, che loro odiano. Ma laddove una cosa è buona, questa risulta molto buona, riflette Bernie Sanders e i candidati da lui proposti al comitato di redazione.

Donald Trump, d’altro canto, “beh cosa vi aspettavate? Il cambiamento climatico è un “con-job”, una bufala creata dai cinesi per rendere la produzione degli USA meno competitiva”. Il suo manifesto si legge come una lettera d’amore per l’industria del carbone. Il carbone, dice, “è una risorsa energetica abbondante, pura, conveniente, affidabile”. Trump difende l’industria rifiutando l’accordo con Parigi, bloccando i fondi alle Nazioni Unite, utili al cambiamento climatico, il risparmio energetico di Obama e vietando l’Environmental Protection Agency di regolare l’anidride carbonica.

La cosa più allarmante sulla piattaforma è che Trump non scrive: la furia contraddittoria e spaccata del partito repubblicano è uno sforzo collettivo.

Ma elimina qualcosa. Pur vantandosi del suo potere e della sua ricchezza, si pome come amico dei cittadini e nemico del capitale corporativo. Su ogni edizione de manifesto, vince il capitale. Leggerlo significa scoprire come la terra mente e dove le bugie vanno a finire.

I dirigenti di Trump non condividono la sua idea che il mutamento climatico sia una bufala. Il suo golf resort in Irlanda sta cercando un permesso per innalzare un grande muro – non per tenere fuori i messicani, ma per difendere la sua attività dall’innalzamento del mare, dall’erosione e le mareggiate, causati dal surriscaldamento globale. Se è possibile comprare “un modo per uscire dai guai perché preoccuparsi di 7 miliardi di dollari?”

Non è che i media non siano riusciti a parlare di quello che le piattaforme abbiano detto sulla crisi esistenziale dell’umanità. Tuttavia, l’argomento, nella maggioranza dei casi, è relegato a piè di pagina, mentre le curiosità evanescenti delle dicerie e convinzioni hanno riempito intestazioni e prime pagine.

Ci sono molti tipi di pregiudizi, ma il più importante è il pregiudizio contro la rilevanza.

In Gran Bretagna, i media non sono riusciti a far prendere in considerazione David Cameron con le sue stravaganti promesse verdi e con il suo record scioccante come primo ministro. Il suo successore, Theresa May, ha condotto degli incontri terribili ma il nuovo ministro del cambiamento climatico, Nick Hurd, un uomo adulto tra buffi animali da campagna, è una scelta interessante, poiché sembra capire molto dell’argomento. Comunque, il problema basilare è che i costi politici dei guasti sono veramente bassi.

Fingere che i giornali e i canali televisivi siano arbitri neutrali della questione significa ignorare il loro reale posto, nel cuore corrotto dell’istituzione. Alle convenzioni degli USA, per esempio, il Washington Post, l’Atlantic and Politico, furono pagati dall’American Petroleum Institute per ospitare delle discussioni in cui personaggi importanti delle scienze climatiche avrebbero parlato “bene”. La penna può essere più potente della spada, ma la borsa è più potente della penna.

Perché dovremmo fidarci delle multinazionali per conoscere la verità sulle multinazionali? E se non possono informarci adeguatamente sul potere in cui sono coinvolti, come possono informarci correttamente su qualcos’altro?

Se l’umanità non riesce a prevenire una crisi climatica, l’industria che è maggiormente responsabile non è il trasporto, il gas, il petrolio o persino il carbone.

Ciascuno di questi possono comportarsi come fanno, portandoci al crollo sistemico, solo con un’autorizzazione sociale che concede loro di funzionare. Il problema comincia con l’industria che consapevolmente o no, rilascia loro una licenza: quella per cui io lavoro.

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