Nino Manfredi, tanto pe’ ricorda’ COMMENTA  

Nino Manfredi, tanto pe’ ricorda’ COMMENTA  

“Albe’, tu sicuramente per quello che hai fatto sei andato in paradiso. Se c’è… lasciami un posto pure per me, perché sennò dopo m’annoio… Invece, se vengo su da te, potemo continua’ a scherza’”.


Sono passati nove anni da quando Nino e Albertone si sono incontrati, magari in paradiso. Appena un anno di differenza fra due scomparse che lasciarono l’Italia un po’ più orfana d’arte e umanità.


Cinema. Teatro. TV. Canzone. Impossibile misurare e rendere giustizia in poche linee alla grandezza della carriera di questo ciociaro che è fra i più grandi del cinema italiano. Nacque a Castro dei Volsci nel 1921, ma pochi anni dopo il lavoro del padre, arruolato nella Pubblica Sicurezza, costrinse i Manfredi a traslocare a Roma, la città a cui il piccolo Nino rimarrà legato in modo indissolubile per tutta la vita. Trascorse l’infanzia e la giovinezza nel popolare quartiere di San Lorenzo, un periodo tutt’altro che facile, con una grave pleurite che lo fece restare a lungo in ospedale.


Per accontentare la famiglia si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza nel 1941, ma facendo già intravvedere la sua vena artistica grazie alle prime esibizioni pubbliche come presentatore e attore nel teatrino della Natività in via Gallia. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, per evitar di essere chiamato alle armi, si rifugiò con il fratello Dante in montagna, a Cassino, fino alla liberazione della capitale nel giugno del 1944. Rientrato a Roma, riprese gli studi universitari e nel frattempo materializzò la sua predisposizione per la recitazione iscrivendosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica.

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E precisamente come attore drammatico furono gli inizi artistici di Nino. Due anni dopo la laurea si diplomò all’Accademia e proprio nel 1947 esordì a teatro nella compagnia Maltagliati-Gassman, affiancato da Tino Buazzelli. In quegli anni, a caballo fra Roma e Milano, mise in scena un ampio repertorio: dai classici di Shakespeare alle opere di Eduardo de Filippo, da Pirandello a pièces allestite in prima assoluta per l’Italia –fra altri, Arthur Miller ed Eugene O’Neill. A queste prime recitazioni fecero seguito gli esordi cinematografici: commedie sentimentali popolari in chiave napoletana come Torna a Napoli o Anema e core.

Negli anni 50 la sua carriera si fece sempre più consistente. In questo periodo i grandi trionfi sul palcoscenico li ottenne nelle commedie musicali di Garinei e Giovannini, specialmente in Un trapezio per Lisistrata. Verso la metà della decade cominciò a esibirsi sul piccolo schermo, ma il successo strepitoso di pubblico arrivò nel 1959 con la partecipazione a Canzonissima e l’indimenticabile
barista di Ceccano con la sua battuta “fusse che fusse la vorta bbona”. Sull’onda del successo televisivo venne scelto per far parte di Audace colpo dei soliti ignoti, sequel del celebre capolavoro della commedia all’italiana. L’ingenuo meccanico Piedeamaro aprì la porta a un centinaio di film, in cui Manfredi si destreggiò in ruoli drammatici e comici con una naturalezza e una verità senza paragoni.

E se nel 1959 arrivò la svolta, il 1962 fu un altro anno da ricordare, con la consacrazione del suo talento grazie a Rugantino, insieme ad Aldo Fabrizi, e al giovane assicuratore scambiato per un gerarca fascista ne Gli anni ruggenti. Entrambi furono seguiti da un altro ruolo protagonista in uno dei capolavori del cinema spagnolo, La ballata del boia, diretto da Luis García Berlanga. Il film è un manifesto contro la pena di morte e le incongruenze di un’altra dittatura, quella franchista, con Nino interpretando la parte di un innocente becchino costretto ad ereditare il lavoro di suo suocero pur di non perdere l’appartamento concesso dal governo alla famiglia.

La decade degli anni 60 regalò anche Crimen, con Gassman e Sordi, Vedo nudo, che gli diede uno dei suoi molteplici David di Donatello, Straziami ma di baci saziami, insieme ad un magnifico Ugo Tognazzi, e fu chiusa in modo brillante con Nell’anno del Signore, di Luigi Magni, primo capitolo della trilogia proseguita con In nome del Papa Re, girato nel 1977, e In nome del popolo sovrano, nel 1990, tutti film che mettono in luce i complicati rapporti fra popolo, aristocracia romana e potere pontificio durante il periodo risorgimentale.

Nel 1970 fece salire la sua versione del classico di Ettore Petrolini Tanto pe’ canta’ ai posti più alti delle classifiche e la sua arte venne riconosciuta al Festival di Cannes con la Palma d’Oro per la sua seconda regia, Per grazia ricevuta. Il film segnò la collaborazione di Manfredi con Fausto Tozzi, la cui canzone Me pizzica, me mozzica convertì in un altro successo, e ai cui ordini girò il delizioso affresco di un Trastevere che non c’è più nel film omonimo del 1971.

Fu l’emigrante italiano in Svizzera costretto a tingersi i capelli di biondo in Pane e cioccolata a riportargli un altro David di Donatello nel 1974, seguito dai ruoli del portantino d’ospedale Antonio in C’eravamo tanto amati, accanto a Gassman e Sandrelli, e lo spietato Giacinto Mazzatella di Brutti, sporchi e cattivi, entrambi diretti da Ettore Scola. Indimenticabile è anche la parte di Michele Abbagnano, il venditore abusivo di caffè sui treni nel Café Express di Nanni Loy, che gli valse il suo quinto Nastro d’Argento come miglior attore protagonista nel 1980.

Il suo felice rapporto con la televisione non finì mai ed i suoi personaggi, noti per l’ironia e l’intelligenza che contraddistinse sempre l’attore ciociaro, hanno lasciato un’impronta indelebile nella cultura popolare italiana: dal sensibile Geppetto nello sceneggiato di Luigi Comencini Le avventure di Pinocchio, passando per il Franco Amidei di Un commissario a Roma, fino al ruolo di Fogliani nel grande successo Linda e il brigadiere, in onda dal 1997 al 2000. Senza dimenticare la popolarità trovata come testimonial pubblicitario durante più di cinquant’anni.

Nel 2003 coronò la sua carriera nel film spagnolo La fine di un mistero, che ha anch’esso uno stretto legame con la dittatura. Basato sul romanzo omonimo di Fernando Marías, gioca sulla possibilità della sopravvivenza del poeta Federico García Lorca ai fucilamenti franchisti nelle prime settimane della guerra civile. Lui fa la parte di Galápago, un barbone muto ricoverato per più di quarant’anni in un sanatorio, dove fu portato da un pecoraio che lo salvò dalla morte nel 1936. Negli anni ottanta entrambi si ritroveranno e quel pastorello -interpretato da un incommensurabile Alfredo Landa, recentemente scomparso- comincerà a dubitare dell’identità del suo singolare amico. Manfredi  costruisce il personaggio sulla sola base di gesti e sguardi, un’interpretazione asciutta e commovente in un
piccolo gioiello della cinematografia europea recente.

Una vita ed una carriera impossibili da dimenticare. Era il 4 giugno del 2004 quando Nino ci ha lasciato per raggiungere l’Olimpo dei mostri sacri del cinema, insieme a Gassman, Sordi, Mastroianni, Tognazzi e tutti quelli che nel dopoguerra dotarono di voce e viso l’italiano del boom economico con una dignità e una tenerezza irresistibili.

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