La sovranità digitale? A chi storce il naso, liquidandola come una mera deriva nazionalistica, basterebbe ricordare un paio di numeri. Oggi il 70% del cloud europeo è nelle mani di tre soli operatori. Americani, naturalmente: Amazon AWS, Google Cloud e Microsoft Azure. E oltre l’80% dei dati industriali del Vecchio Continente transita su infrastrutture non europee.
Tradotto: in un’epoca in cui il diritto internazionale è stato fatto a pezzi, ridotto sempre più al “diritto delle tigri“, per dirla con Voltaire, e le guerre commerciali si combattono ormai all’ultimo sangue (e non è più soltanto un modo di dire), se domani, dall’altra parte dell’Atlantico, qualcuno decidesse – per una scelta politica, una crisi internazionale o nel nome di una rinnovata “dottrina Monroe” – di premere un interruttore, l’Europa rischierebbe di perdere nel giro di pochi secondi una parte essenziale delle proprie infrastrutture digitali.
L’intero ecosistema online dei servizi su cui ormai si reggono imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini smetterebbe improvvisamente di funzionare. In sostanza, non si riuscirebbe più nemmeno a mandare una mail. Non sarebbe rispedirci all’età della pietra ma poco ci manca.
Ecco perché parlare di sovranità digitale non ha nulla a che vedere con improbabili suggestioni scioviniste.
È ormai una questione di sicurezza nazionale ed europea, prima ancora che tecnologica. La competitività, oggi, si gioca sul controllo delle tecnologie, dei dati, delle infrastrutture strategiche e dell’intelligenza artificiale. Da questa partita dipendono sicurezza, sviluppo economico, autonomia industriale e, in ultima analisi, il futuro stesso delle democrazie europee. E su questo terreno l’Europa continua a inseguire gli Over The Top americani, sostenuti da Washington da oltre trent’anni, a prescindere dal colore politico delle amministrazioni succedutesi da Clinton in poi. Una sfida che riguarda anche l’Italia, oggi tra i Paesi europei maggiormente esposti agli attacchi informatici.
Sovranità digitale, la sfida discussa in un convegno a Cosenza
È da questa consapevolezza che è nato il convegno “La sfida della sovranità digitale europea tra AI e cybersecurity. Una svolta strategica per il Sud”, ospitato nell’Aula Caldora dell’Università della Calabria e promosso da Dectar, insieme al Dipartimento di Matematica e Informatica (DeMaCS) e al Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica (DIMES).
L’incontro ha posto dunque l’accento sulla necessità di investire in soluzioni tecnologiche sovrane, «che costano meno, sono più sicure e offrono nuove opportunità ai nostri giovani», rilanciando l’idea di un polo tecnologico d’eccellenza in Calabria – qualcuno lo ha già ribattezzato Calabrian Next Future – capace di coniugare sviluppo del territorio e autonomia digitale.
A confrontarsi sono stati rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle imprese, delle forze dell’ordine e della ricerca, chiamati a riflettere sul ruolo dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza e delle tecnologie sovrane nello sviluppo dell’Europa e, in particolare, del Mezzogiorno.
Ad aprire i lavori è stato il sindaco di Rende Sandro Principe, che ha sottolineato il valore della scelta di ospitare un confronto di livello nazionale all’Università della Calabria, evidenziando come il Mezzogiorno possa diventare protagonista anche nelle grandi sfide dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico.
Savino: «Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente accettabile»
Il vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Francesco Savino, ha riportato il dibattito sulla dimensione umana dell’innovazione.
«Viviamo il tempo delle disumanizzazioni», ha osservato, ricordando che il progresso tecnologico non può mai sostituire la centralità della persona. «L’uomo non è un algoritmo», è stato il senso del suo intervento, culminato in un principio già espresso da Papa Francesco e destinato a segnare l’intera giornata: «Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente accettabile».
Nicoletti (ACN): «Il rischio dell’IA è nella dittatura dell’algoritmo»
Il responsabile del Servizio Programmi Industriali, Tecnologici e di Ricerca dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, Luca Nicoletti, ha posto l’accento sulla necessità di costruire un ecosistema europeo dell’intelligenza artificiale fondato sui valori dell’Unione.
La tutela dei dati personali, la sicurezza delle infrastrutture critiche e lo sviluppo di tecnologie coerenti con i principi europei rappresentano, secondo Nicoletti, condizioni indispensabili per evitare nuove forme di dipendenza tecnologica. L’evoluzione rapidissima dei modelli di IA rende sempre più difficile prevederne gli sviluppi e governarne gli effetti: per questo la cybersicurezza deve diventare una componente strutturale delle politiche industriali europee.
«Il rischio dell’intelligenza artificiale è la dittatura dell’algoritmo», ha osservato Nicoletti. «Oggi i contenuti che scorrono sui display dei nostri telefoni sono governati da logiche sempre meno trasparenti e sempre più difficili da controllare.»
Greco: «La Calabria ha tutte le carte per diventare protagonista»
Il rettore dell’Università della Calabria Gianluigi Greco ha evidenziato come l’intelligenza artificiale rappresenti oggi una leva decisiva di sviluppo territoriale.
Greco ha ricordato che l’ateneo calabrese forma ogni anno competenze altamente specializzate, con laureati che trovano rapidamente collocazione nel mercato del lavoro. «Da qui è uscito il primo laureato in ingegneria informatica in Italia» ha ricordato. La vera sfida, ha aggiunto, è trasformare ricerca e capitale umano in sviluppo industriale, trattenendo talenti e attirando investimenti. In questa prospettiva, la Calabria può ambire a diventare uno dei principali poli italiani dell’innovazione tecnologica.
Sovranità digitale, Uygur: «Non servono le leggi, ma le tecnologie»
Tra gli interventi più incisivi quello di Stefan Umit Uygur, fondatore di Dectar. «La sovranità digitale non si costruisce con le leggi, ma con le tecnologie», ha affermato. Senza infrastrutture proprietarie, competenze e capacità industriali, l’Europa continuerà a dipendere dai grandi operatori internazionali, con il rischio di una nuova forma di colonizzazione digitale.
Uygur ha quindi proposto di rafforzare un ecosistema nazionale della cybersicurezza e di promuovere proprio in Calabria un centro di eccellenza capace di mettere in rete università, imprese e ricerca, ricordando come anche i conflitti contemporanei – dalla guerra in Ucraina in avanti – abbiano dimostrato quanto il dominio cyber sia ormai una componente essenziale degli equilibri geopolitici.
Esprinet: competenze e partnership per costruire un ecosistema
L’amministratore delegato del Gruppo Esprinet Giovanni Testa ha sostenuto che la trasformazione digitale richiede non solo tecnologie, ma soprattutto competenze, formazione continua e una forte alleanza tra università, imprese e ricerca.
L’intelligenza artificiale rappresenta oggi uno straordinario acceleratore dell’innovazione, ma il suo sviluppo richiede investimenti, professionalità e un ecosistema capace di valorizzare le competenze presenti sul territorio.
Il generale dei Carabinieri in congedo Pasquale Lavacca ed esperto di intelligence, ha allargato lo sguardo ai nuovi scenari della sicurezza internazionale, evidenziando come le minacce non riguardino più soltanto gli attacchi informatici, ma anche la manipolazione dell’informazione, la guerra cognitiva e il controllo dei dati, destinati a incidere sempre più sugli equilibri geopolitici.
Calabrian Next Future, un polo di eccellenza tecnologica a Cosenza?
Il panel conclusivo con la partecipazione di Gianluigi Greco, Stefan Umit Uygur, Giovanni Testa e Claudia Quadrino, direttore Area Vendite di Esprinet, ha fatto emergere una convinzione condivisa: intelligenza artificiale e cybersicurezza sono oggi asset strategici al pari dell’energia e della difesa.
Per costruire una reale sovranità digitale europea servono ricerca, infrastrutture, capitale umano, tecnologie sviluppate in Europa e una stretta collaborazione tra università, imprese e istituzioni.
Nel corso del confronto è stata rilanciata la prospettiva della nascita di “Calabrian Next Future”, un centro di eccellenza dedicato alla cybersicurezza e alle tecnologie digitali, capace di mettere in rete ricerca, università, imprese e istituzioni e di trasformare la Calabria in un laboratorio nazionale dell’innovazione.
Il messaggio emerso da Rende è chiaro: la sovranità digitale non è uno slogan né un esercizio accademico. È la nuova frontiera della politica industriale europea. E se l’Europa vuole continuare a essere protagonista dovrà imparare a progettare, sviluppare e governare le tecnologie sulle quali si reggerà il proprio futuro. La Calabria, questa volta, prova a non limitarsi ad assistere alla partita, ma a giocarla. Servirà l’apporto e la convinzione di tutti, però. A cominciare dai calabresi.
