Il tema del benessere dei crostacei è sempre più al centro del dibattito scientifico ed etico. Alcune ricerche recenti suggeriscono infatti che aragoste e altri animali marini possano percepire il dolore in modo più complesso di quanto si sia a lungo creduto, mettendo in discussione pratiche diffuse nella loro gestione e preparazione alimentare.
Le aragoste provano dolore: questioni etiche e metodi di trattamento nella filiera alimentare
Il dibattito sul benessere dei crostacei si sta ampliando oltre l’ambito scientifico, coinvolgendo anche aspetti etici e pratici della pesca e della cucina industriale. Tradizionalmente, animali come aragoste, granchi e scampi vengono spesso conservati vivi fino alla preparazione, ma alcune nazioni come Norvegia e Nuova Zelanda hanno già introdotto divieti contro la bollitura da vivi per motivazioni etiche.
Nel settore si sta inoltre valutando l’uso di tecniche alternative, come l’elettrostordimento, ma anche questa soluzione presenta criticità: gli studi mostrano infatti che i crostacei sottoposti a scariche elettriche tentano comunque la fuga, suggerendo una possibile percezione del dolore.
I ricercatori dell’Università di Göteborg insistono sulla necessità di ulteriori approfondimenti per individuare procedure più rispettose.
“I nostri risultati sottolineano l’importanza della responsabilità etica per il benessere dei crostacei non solo nell’industria alimentare. Dobbiamo condurre ulteriori esperimenti per scoprire il modo più umano di trattare e uccidere i crostacei, se vogliamo continuare a consumarli in futuro”. In questo contesto, il tema diventa anche culturale: riconoscere la possibile sofferenza dei crostacei significa rivedere pratiche consolidate e modelli produttivi diffusi. In diversi Paesi europei, Italia compresa, si discute infatti di normative più severe, che includano lo stop alla bollitura da vivi e il superamento di condizioni di stoccaggio considerate sempre più controverse.
Le aragoste provano dolore e rispondono ai farmaci: lo studio dell’Università di Göteborg che cambia tutto
Un nuovo studio rafforza l’ipotesi che anche le aragoste siano in grado di percepire il dolore. La ricerca, pubblicata su Scientific Reports e condotta dall’Università di Göteborg, mostra che quando questi animali vengono trattati con comuni analgesici utilizzati anche in medicina umana, la loro reazione a stimoli nocivi cambia in modo significativo. In particolare, davanti a scariche elettriche dolorose, le aragoste tendono a non fuggire o a ridurre drasticamente il tentativo di evasione dopo la somministrazione dei farmaci, segnale interpretato come efficacia dell’azione antidolorifica.
La coordinatrice dello studio, Lynne Sneddon, sottolinea un aspetto centrale della scoperta: “Il fatto che gli antidolorifici sviluppati per gli esseri umani funzionino anche sulle aragoste dimostra quanto il nostro funzionamento sia simile”. Da qui deriva, secondo i ricercatori, la necessità di riconsiderare il trattamento dei crostacei nell’industria alimentare: “Ecco perché è importante prestare attenzione a come trattiamo e uccidiamo i crostacei proprio come facciamo con polli e mucche”. Gli esperimenti hanno coinvolto sostanze come lidocaina e acido acetilsalicilico, somministrate sia per iniezione sia disciolte in acqua, con una riduzione evidente delle reazioni di fuga, anche se in alcuni casi l’acido acetilsalicilico ha provocato segni di stress negli animali.