La città di Milano è stata ancora una volta teatro di una commemorazione che mescola ricordo, simboli e tensione sociale. In serata un corteo dedicato a sergio ramelli ha lasciato piazzale Gorini per dirigersi verso il murale in via Paladini, luogo vicino al punto in cui il giovane fu aggredito il 13 marzo 1975 e dove, successivamente, è stato affisso un ricordo visibile nella zona.
La manifestazione ha richiamato circa duemila persone ed è terminata con il consueto rito del “presente” davanti alla parete commemorativa.
La sfilata: simboli, organizzazione e partecipanti
La marcia si è svolta in colonne ordinate, spesso disposte in file da cinque, con partecipanti che reggevano fiaccole, tricolori e lo striscione con la scritta “Onore ai camerati caduti”.
Tra le formazioni presenti erano visibili militanti di Lealtà Azione, CasaPound Italia e gruppi della Rete dei Patrioti, giunti anche da altre città. Alla testa del corteo sono state portate corone da deporre davanti al murale, secondo una prassi consolidata negli ultimi anni.
Organizzazione e ritualità
Il momento centrale è stato il posizionamento davanti al murale denominato spesso con il saluto inaugurale “Ciao Sergio” e la deposizione della corona.
Il rito del “presente” è stato seguito da alcuni partecipanti con il saluto che in passato ha suscitato polemiche: anche questa volta non sono mancati saluti che richiamano simboli controversi, registrati alla conclusione della commemorazione.
Reazioni dalla strada e controllo delle forze dell’ordine
Durante il passaggio del corteo non sono mancate reazioni da parte dei residenti: in alcuni momenti si sono uditi insulti da un balcone, mentre in altre situazioni testimoni riferiscono di un gruppo di abitanti che ha intonato il canto di “Bella ciao”, applaudendo al termine e rivendicando il valore della democrazia. La polizia ha seguito la manifestazione con attività di monitoraggio, con la presenza della Digos della Questura e del nucleo informativo dell’Arma dei Carabinieri, per garantire che la sfilata si svolgesse senza incidenti.
Equilibrio tra diritto di manifestare e ordine pubblico
La ricorrenza pone ogni anno il tema del confine tra esercizio della libertà di riunione e rischio di esibizioni che possano rievocare simboli estremisti. Le autorità hanno mantenuto un presidio discreto ma attento, mentre gli organizzatori avevano chiesto ai partecipanti di “marciare ordinati” per evitare provocazioni che potessero degenerare. L’episodio conferma come certe commemorazioni continuino a essere un banco di prova per la convivenza pubblica nelle città.
Memoria storica e i tre nomi commemorati
La manifestazione non è stata dedicata solo a Sergio Ramelli: il corteo ha ricordato anche Enrico Pedenovi, ucciso il 29 aprile 1976 in un agguato rivendicato da militanti di sinistra armata, e Carlo Borsani, ex ufficiale e dirigente della Repubblica Sociale Italiana fucilato il 29 aprile 1945. Questi riferimenti storici richiamano episodi dolorosi della storia italiana e spiegano il forte valore simbolico attribuito a questa cerimonia dai partecipanti.
Tra memoria e divisione
Per chi partecipa, la giornata è un momento di ricordo dei cosiddetti “camerati caduti” e rappresenta una continuità ideale; per altri cittadini è un’occasione che riaccende ferite e contrapposizioni politiche. In entrambi i casi, la commemorazione dimostra come la memoria possa essere interpretata in modi molto diversi a seconda delle letture ideologiche e delle esperienze personali.
Conclusioni e riflessioni
La serata si è conclusa con lo scioglimento del corteo dopo il rito a via Paladini. Rimangono le immagini delle fiaccole, delle bandiere italiane e dello striscione, ma anche le reazioni esterne dei residenti e il consueto presidio delle forze dell’ordine. L’evento sottolinea la delicatezza di commemorazioni che intrecciano memoria storica e identità politica, e solleva domande sul modo in cui le città gestiscono manifestazioni cariche di simbolismi.