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Concorsi del Ministero dei Beni culturali: la beffa nell’anno della pandemia

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Mentre il Covid mette in ginocchio la cultura, il Mibac seleziona profili professionali ultraspecializzati per un lavoro altamente specializzato. Il tutto per mille euro lordi e per un periodo complessivo di sei mesi.

concorsi per lavoratori della cultura

Non è certamente un buon periodo per il mondo della cultura. A causa del Covid sono ormai mesi che teatri, cinema, gallerie d’arte, musei sono chiusi al pubblico (con l’unica eccezione delle regioni in zona gialla, dove i musei hanno finalmente riaperto i battenti a partire dal 16 gennaio).

E il rischio che tale situazioni duri ancora ancora a lungo è tangibile. Alcuni sindaci hanno addirittura anticipato eventuali prese di posizione del governo posticipando la riapertura dei luoghi della cultura a primavera.

È il caso di Luigi Brugnaro, primo cittadino di Venezia, il quale ha annunciato che alcuni musei, come i Musei Civici di Venezia, resteranno chiusi fino ad aprile. «La motivazione dei musei chiusi per la volontà di evitare spostamenti e assembramenti, dopo le immagini dello shopping natalizio, non regge più», spiega però Alice Battistella dell’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, sempre attiva sul tema dei diritti dei lavoratori della cultura.

«È evidente – continua Battistella – che le ragioni della chiusura siano economiche. Le fondazioni private che gestiscono musei pubblici traggono vantaggio dalla chiusura: i lavoratori vanno in cassa integrazione (pagata con i soldi dei cittadini) e arrivano i ristori. Il tutto sacrificando un servizio pubblico essenziale». Il tema preoccupante, a detta dell’associazione, è però che dal ministro Dario Franceschini non è arrivata alcuna presa di posizione contro Brugnaro.

C’è da dire, però, che nell’ultimo periodo sono stati indetti diversi concorsi aperti ai “lavoratori culturali”.

Peccato, però, che una buona parte di questi sia piuttosto singolare. Il 29 dicembre, per dire, il ministero dei Beni culturali ha pubblicato un avviso di selezione perché alla ricerca di figure ben specifiche (archeologo, architetto, storico dell’arte, tecnico contabile, ingegnere, assistente tecnico di cantiere) per le 43 soprintendenze italiane. Il punto, però, come si legge nel dettagliato bando e come spiega ancora Alice Battistella, è che «si cercano collaboratori a partita IVA con 15 anni di esperienza per incarichi di sei mesi».

Una beffa per i tanti lavoratori oggi senza lavoro o in cassa integrazione. Un «bando shock», com’è stato definito, in un periodo già profondamente complicato. «Pochi giorni fa abbiamo inviato per la sesta volta una richiesta formale di incontro al ministro Franceschini e ai suoi uffici», continua Battistella. Risposte? «Ad oggi non abbiamo ricevuto nessun tipo di riscontro, così come era accaduto per tutte le precedenti richieste».

Stessa identica situazione per quanto riguarda ancora un altro concorso del Mibac «per l’attivazione di tirocini formativi e di orientamento per 40 giovani fino a ventinove anni di età, che saranno impiegati per la realizzazione di progetti specifici, nel settore degli archivi e della digitalizzazione sull’intero territorio nazionale». Peccato che a leggere nel dettaglio il bando ci sia poco di formativo considerando che per partecipare è necessaria una laurea in archivistica e biblioteconomia o diploma nello stesso settore; in più verranno valutati, al fine della selezione, titoli di studio post-universitari (fino a 20 punti); dottorato di ricerca nel campo (30 punti); tirocini e collaborazioni col ministero (fino a 20 punti); e infine pubblicazioni scientifiche (fino a 20 punti). Insomma, si selezionano profili professionali ultraspecializzati per un lavoro altamente specializzato. Il tutto per mille euro lordi e per un periodo complessivo di sei mesi.

Beffe su beffe che si aggiungono a chi, da fine anno, già non ha più un contratto. È il caso dei circa 100 lavoratori Ales (Arte, lavoro e servizi per la tutela del patrimonio culturale italiano), società che svolge da oltre quindici anni «attività di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale» per il suo socio unico, il Mibact. A causa dei musei chiusi e della mancanza di nuove commesse da parte del ministero i lavoratori, che avevano un contratto a tempo determinato, nonostante l’impegno di Ales per tutelarli, alla fine sono dovuti restare a casa senza occupazione, in attesa che riaprano i luoghi della cultura.

Non resta, a questo punto, che sperare nel Recovery Plan. «Le bozze più recenti – spiegano ancora da “Mi riconosci?” – ci dicono che i fondi per turismo e cultura salgono da 3 a 8 miliardi e non può che essere una buona notizia. Il problema è che l’investimento non sembra destinato a riforme strutturali, per noi necessarie ma a “Grandi attrattori turistico-culturali (2,7 mld), “Siti minori, aree rurali e periferie” (3,4 mld) e “Cultura 4.0 Formazione e sviluppo di servizi turistici e di imprese creative e culturali” (1,9 mld)». A ottobre l’associazione aveva presentato una proposta specifica al ministero: «In cima alla lista delle nostre priorità c’erano la revisione delle concessioni e la riforma del sistema delle esternalizzazioni e la creazione di un piano di assunzioni per tutto il comparto». Anche in questo caso, però, nessuna risposta è arrivata.

Tutto fermo, per adesso. Senza dimenticare che, in ogni caso, anche le norme previste dovranno poi trasformarsi in realtà. Il che non è così automatico. Nel decreto Ristori, per dire, era prevista la «Istituzione di un fondo per assicurare il funzionamento dei musei e dei luoghi della cultura statali, afferenti al settore museale, tenuto conto delle mancate entrate da (vendita di biglietti d’ingresso) conseguenti all’adozione delle misure di contenimento del Covid-19». In totale erano stati stanziati 100 milioni, una quota che avrebbe consentito probabilmente di evitare mancati rinnovi contrattuali e casse integrazione. Peccato che, come emerge dai dati dell’Ufficio di programma di Palazzo Chigi, il decreto attuativo non è mai stato adottato.

Laureato in filosofia e giornalista, scrive per La Notizia, Left, Donna Moderna e Lettera43. In passato ha collaborato con Presa Diretta (Rai3), L'Espresso, Narcomafie, Linkiesta. È tra i vincitori del Premio Di Donato 2018 e del Premio Rampino 2019. Con il libro-inchiesta "Nella setta" (Fandango Libri) ha vinto con la collega Flavia Piccinni il Premio Mattarella, il Premio Letterario Città di Como - sezione inchieste, il Premio europeo giornalismo investigativo e giudiziario. Cura una rubrica all'interno del programma "Linea Verde Life" (Rai1).


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Carmine Gazzanni

Laureato in filosofia e giornalista, scrive per La Notizia, Left, Donna Moderna e Lettera43. In passato ha collaborato con Presa Diretta (Rai3), L'Espresso, Narcomafie, Linkiesta. È tra i vincitori del Premio Di Donato 2018 e del Premio Rampino 2019. Con il libro-inchiesta "Nella setta" (Fandango Libri) ha vinto con la collega Flavia Piccinni il Premio Mattarella, il Premio Letterario Città di Como - sezione inchieste, il Premio europeo giornalismo investigativo e giudiziario. Cura una rubrica all'interno del programma "Linea Verde Life" (Rai1).

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