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Direzione PD, Renzi si è dimesso dalla segreteria del partito

Direzione PD, Renzi si è dimesso dalla segreteria del partito
Renzi nel corso del suo ultimo intervento da segretario del partito all'odierna direzione PD.

Come era nell’aria da alcuni giorni, Matteo Renzi si è dimesso da segretario del partito nel corso dell’odierna direzione PD. Nel suo intervento frecciatine alla minoranza.

C’erano tutti i big del Partito democratico – D’Alema compreso – alle 15.10 al centro congressi di via Alibert a Roma quando, con dieci minuti di ritardo rispetto all’orario fissato, si è aperta l’attesa direzione PD. Le note dell’inno di Mameli hanno preceduto il breve intervento introduttivo del presidente dem Matteo Orfini. Insieme a lui sul palco c’erano i vicesegretari Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani, il vicepresidente dell’Assemblea nazionale Sandra Zampa, il premier Paolo Gentiloni, il responsabile per gli Enti locali Matteo Ricci e, naturalmente, Matteo Renzi.

La relazione più attesa, quella del segretario, è iniziata alle 15.15. Renzi, con la proverbiale camicia bianca coperta stavolta da un pullover scuro, ha parlato per quasi un’ora.

Chi si aspettava un Renzi dai toni dimessi, è rimasto deluso.

L’ex premier è andato all’attacco, come sempre, rivendicando di aver mantenuto la parola data, dimettendosi dalla presidenza del Consiglio, e di aver già ammesso “col capo coperto di cenere” in decine di interviste le proprie colpe rispetto alla sconfitta al referendum del 4 dicembre scorso.

L’intervento di Renzi alla direzione PD ha dato ampio spazio al contesto internazionale, per tracciare il quadro nel quale l’Italia e i dem si muovono e si muoveranno nei prossimi mesi. Si è parlato di Trump e dei temi emersi nel corso dell’ultimo World Economic Forum a Davos, dei risultati ottenuti nei suoi otto anni di presidenza da Barck Obama, del fiscal compact e dell’Unione Europea, nonché del populismo montante in molti paesi alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali.

Il delicato momento a livello mondiale è stato il pretesto per Renzi per attaccare chi, invece di concentrarsi sui problemi più urgenti, ha irresponsabilmente concentrato il dibattito sulla necessità di anticipare il congresso del partito, minacciando la scissione se ciò non dovesse avvenire.

Nella sua relazione alla direzione PD l’ex premier ha più volte punzecchiato, senza nominarlo, l’arci-nemico Massimo D’Alema, il capofila di coloro che chiedono a Renzi un passo indietro e invocano una discussione seria all’interno del partito e anche il primo a parlare apertamente della possibilità di una rottura.

Nel suo intervento davanti ai membri del partito riuniti per l’attesissima direzione PD, Renzi ha anche ammonito coloro che hanno sostenuto il NO al referendum che la percentuale ottenuta il 4 dicembre è frutto di un fronte variegato e non appartiene tutta a chi, tra i dem, si è dissociato dalla linea del premier-segretario.

Dopo circa mezz’ora è arrivata la notizia che tutti aspettavano: Renzi ha annunciato le proprie dimissioni da segretario, per consentire che si faccia il congresso anticipato, secondo le regole stabilite nello statuto del PD.

Quanto alla data delle elezioni, il segretario dimissionario ha specificato che non dipende da lui decidere, ma ha invitato il partito a farsi trovare pronto per l’appuntamento elettorale.

Nella sua ultima direzione PD da segretario Renzi ha sottolineato di non essere alla ricerca di una rivincita dopo la sconfitta del referendum e ha rivendicato quanto di buono ritiene abbia fatto il suo governo. Compreso il contestatissimo Jobs Act. L’ex premier ha richiesto un maggior rispetto da parte della minoranza interna, raccogliendo l’applauso dei presenti, e ha invocato una maggiore unità nel partito.

La relazione di Matteo Renzi alla direzione PD è sembrata battagliera. Pur avendo ammesso che lo scorso 4 dicembre si è chiuso un ciclo, il segretario uscente ha lanciato la sfida ai propri avversari per la corsa alla segreteria a viso aperto. La sensazione è che – nonostante le professioni di lealtà nei confronti di Gentiloni – Renzi voglia tempi rapidi per il congresso, in modo da poter andare alle urne in primavera.


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