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Spionaggio e segreti NATO: la Cassazione chiude il caso Biot con la condanna definitiva

Biot spionaggio

Vicenda di spionaggio e documenti riservati: la Cassazione rende definitiva la pena per l’ex ufficiale della Marina, Walter Biot.

Il caso di Walter Biot riguarda uno dei più noti episodi recenti di presunto spionaggio militare in Italia, legato alla cessione di documenti riservati a funzionari stranieri. La vicenda si è conclusa dopo anni di processi con la conferma definitiva della condanna in Cassazione.

Documenti riservati venduti ai russi: Biot, condanna definitiva a 20 anni per spionaggio

Come riportato dall’Ansa, la Corte di Cassazione pare abbia reso definitiva la condanna a 20 anni di carcere per Walter Biot, ufficiale della Marina Militare arrestato il 30 marzo 2021 dai carabinieri del ROS mentre stava cedendo materiale riservato a un rappresentante dell’ambasciata russa. I giudici della Prima sezione penale hanno respinto integralmente il ricorso presentato dalla difesa, chiudendo così l’ultimo grado di giudizio ordinario.

Il caso si inserisce in un procedimento complesso, caratterizzato anche dall’intervento della giustizia militare: nel 2024 la Corte militare aveva già confermato una condanna a 29 anni e due mesi, poi resa definitiva dalla stessa Cassazione in sede separata. Biot è stato riconosciuto responsabile di spionaggio e rivelazione di informazioni classificate, in particolare documenti qualificati come “riservati NATO”, oltre che di corruzione per aver ricevuto circa 5.000 euro in cambio della consegna del materiale sensibile.

L’ufficiale si trova attualmente detenuto nel carcere di Velletri.

Biot, condanna definitiva a 20 anni per spionaggio: le motivazioni dei giudici e il quadro dell’inchiesta

L’indagine, coordinata dai magistrati Gianfederica Dito e Michele Prestipino, ha ricostruito lo scambio di documenti coperti da riservatezza con un funzionario straniero, evidenziando la natura consapevole e remunerata dell’operazione. Stando a quanto dichiarato da Il Sole 24 Ore, la Corte d’assise d’appello di Roma aveva già confermato in secondo grado le responsabilità dell’imputato, consolidando l’impianto accusatorio originario. Nel corso del giudizio in Cassazione, la Procura generale – rappresentata dall’avvocato Marco Dall’Olio – avrebbe chiesto il rigetto del ricorso sottolineando la chiara separazione tra le condotte contestate e la correttezza della “doppia giurisdizione” tra ambito ordinario e militare.

Secondo l’accusa, non vi sarebbero state irregolarità procedurali né violazioni dei diritti della difesa: i testimoni sono stati sentiti in contraddittorio e le prove sono state ritenute coerenti. Sarebbe stato inoltre ribadito che la natura stessa dei documenti sottratti, indipendentemente dal segreto di Stato, li rende intrinsecamente non divulgabili, elemento centrale del reato di spionaggio. In precedenti pronunce, come sottolineato da Il Sole 24 ore, la Cassazione aveva anche riconosciuto il danno all’immagine e alla credibilità internazionale dello Stato italiano come conseguenza diretta dei fatti contestati.