Due cittadini italiani, partecipanti alla missione terre della Global Sumud Flotilla, sono stati fermati dalle autorità libiche e trasferiti a Bengasi con l’accusa di ingresso illegale. Secondo le informazioni raccolte, si tratterebbe di Domenico Centrone, 33enne originario di Molfetta, e di Dina Alberizia, 67enne in pensione di Asti. Il loro trasferimento coincide con segnalazioni di un intervento violento contro il convoglio e le tende del presidio, che avrebbe portato anche al ferimento di alcuni partecipanti e a una serie di respingimenti forzati.
Il trasferimento e le accuse rivolte agli attivisti
Le autorità che hanno condotto i fermi avrebbero qualificato i due italiani come immigrati clandestini e disposto il trasferimento a Bengasi, dove è previsto un iter giudiziario rapido con possibile espulsione. La definizione legale usata dalle forze locali e la scelta di processare i fermati per direttissima segnano un approccio amministrativo e penale stringente.
Nel frattempo la delegazione italiana segnala che non vi sono state comunicazioni ufficiali da parte delle autorità orientali sulla natura precisa delle accuse o sulle prove che giustificherebbero il procedimento.
Chi sono i fermati
I due nominativi confermati dalle fonti italiane sono Domenico Centrone e Dina Alberizia, entrambi coinvolti nella componente di terra del convoglio.
Le informazioni diffuse descrivono Centrone come un giovane volontario pugliese e Alberizia come una volontaria anziana impegnata nelle attività di supporto. L’accusa formale riportata è quella di ingresso illegale nel Paese, ma gli attivisti sostengono di essersi trovati in territorio libico per negoziare il passaggio del convoglio umanitario verso Gaza tramite l’Egitto.
La dinamica dell’attacco denunciata dalla delegazione
La delegazione della Global Sumud Flotilla ha descritto scenari di violenza e caos: mezzi non identificati che avrebbero speronato tende, persone trascinate con la forza e aggressioni fisiche contro uomini e donne. Testimonianze raccolte sul posto riportano l’arrivo di camionette con militari a volto coperto, l’uso di gas per sgomberare una moschea dove alcuni attivisti cercavano rifugio e il ferimento di un giovane sospettato di trauma cranico a seguito di un pugno. Queste ricostruzioni, se confermate, configurerebbero un intervento energico delle forze che hanno operato lo sgombero.
Resoconto dei partecipanti e prime cure
Secondo quanto dichiarato dagli attivisti, diversi volontari sono stati caricati su bus e autobus dopo lo sgombero e alcuni sono stati trasferiti senza poter recuperare i bagagli personali. La delegazione riferisce che sette componenti italiani rimasti sul posto risultano in buone condizioni, mentre almeno una persona è stata soccorsa per perdita di coscienza. Il gruppo è stato scortato da camionette militari verso un punto di partenza, con l’indicazione del consolato italiano che parla di un trasferimento verso Misurata per avviare le pratiche di rimpatrio.
Contesto politico e implicazioni diplomatiche
Il fatto avviene nella zona di Sirte, area di confine fra la Libia occidentale controllata dal Governo di unità nazionale di Tripoli e la Cirenaica orientale, influenzata dall’Esercito nazionale libico guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar. Il convoglio, pensato per raggiungere Gaza via terra, era stato bloccato intorno a Sirte per giorni nonostante accordi preliminari: una situazione che riflette la complessità delle trattative locali e delle rivendicazioni di controllo territoriale. Fonti indicano che sarebbe proprio la leadership legata a Haftar ad aver negato il passaggio, portando le negoziazioni allo stallo e poi procedendo al fermo di alcuni negoziatori.
La carovana era composta da una trentina di mezzi complessivi: cinque pullman con oltre 300 operatori umanitari, quindici ambulanze e dieci camion destinati al trasporto di case mobili e beni di prima necessità. Di fronte alla natura internazionale dell’iniziativa, la Farnesina, tramite l’Unità di crisi, ha avviato verifiche e sta seguendo gli sviluppi. Al momento non sono arrivate spiegazioni formali dalle autorità della parte orientale della Libia sui motivi del fermo e sullo status giuridico degli attivisti, lasciando aperti interrogativi sulle eventuali conseguenze diplomatiche e umanitarie.