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Coronavirus, come la cultura cambia la scelta delle misure anticontagio

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La scelta delle misure anti-contagio dal coronavirus cambiano da paese a paese: esiste un'influenza della cultura? Lo studio del professor Triani.

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Ogni Stato ha preso misure diverse per arginare l’epidemia di Covid-19 e, talvolta, paesi con le stesse misure hanno ottenuto risultati diversi. La cultura di un paese, infatti, influenza la scelta e l’efficacia delle misure anti-contagio prese dai governi per contenere il coronavirus.

Questo è quanto emerge da uno studio del professor Giorgio Triani, sociologo dell’Università di Parma, che ha messo in relazione le misure anti-contagio con la cultura del paese.

Coronavirus, influenza della cultura nelle misure anticontagio

Esiste una correlazione tra le misure anti-contagio per il coronavirus e la cultura del paese che le ha adottate: questa la tesi del professor Giorgio Triani, sociologo dell’Università di Parma. Per cultura si intende l’insieme delle credenze e degli usi di un Paese, che comprendono stili di vita, confessioni religiose, orientamento politico, tradizioni etc.

L’influenza della cultura di un paese determina le scelte dei Governi sulle restrizioni e anche la loro efficacia.

Vediamo qualche esempio.

Cina

La Cina è stata la prima a trovarsi faccia a faccia con il nuovo coronavirus. Il Governo ha adottato fin da subito misure drastiche, con un lockdown serrato che non permetteva neanche di andare a fare la spesa. I cittadini hanno rispettato le restrizioni in maniera ligia e il numero dei contagi infatti è sceso. Almeno ufficialmente. Infatti per capire l’influenza della cultura in Cina bisogna partire dalle dichiarazioni della scorsa settimana, per cui il numero di morti potrebbe essere superiore del 50%.

“Questo è il frutto di un regime — spiega il professor Triani — che da tempo immemore nasconde sotto al tappeto, nella speranza di dare in pasto al mondo l’immagine di un sistema perfetto; lo fa da 70 anni”.

Svezia

La Svezia ha adottato un modello diametralmente opposto a quello della Cina. Confidando nella responsabilità dei cittadini e nella bassa densità urbana, il Governo non ha applicato misure stringenti. Gli svedesi, abituati a un sistema senza storture, si è fidato della decisione del Governo.

“Sono partiti con spirito sportivo, senza blocchi, serrate. Locali pubblici e scuole aperte. Pensavano di cavarsela. Sono da sempre un Paese che ama vivere all’aria aperta, in totale libertà. Lì tutto funziona in modo perfetto, quasi mai si assiste a storture nel sistema. Un posto in cui non esiste un’iperconcentrazione urbana, dunque credevano fosse questo il loro jolly”, spiega il professor Triani.

Il modello inizialmente si è rivelato vincente, ma dopo ha fatto emergere le sue debolezze: anche in Svezia la curva epidemica ha cominciato a salire, fino ad arrivare a 15.322 casi positivi confermati, 550 guariti e 1.765 decessi.

Svizzera

Niente misure anti-contagio stringenti anche per la Svizzera. Nonostante l’alto numero di contagi (sono stati superati i 27.000 casi positivi), il Governo si affida al buon senso dei cittadini. “Questo può essere rapportabile al loro essere estremamente indipendenti. Basti pensare alla divisione in cantoni — spiega il professor Triani. — Ogni cantone bada a se stesso e così ogni cittadino che è responsabile della propria e della vita altrui: è un meccanismo automatico”.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti il lockdown c’è stato, ma non è piaciuto ai cittadini. Da ormai una settimana le strade americane sono invase da auto e folle di manifestanti, che chiedono la fine del lockdown e la riapertura delle attività, sostenuti anche dal Presidente Donald Trump. Questo atteggiamento di protesta viene in buona parte dall’essere cresciuti tutti in America, la terra delle possibilità e delle infinite libertà: “Gli americani hanno un senso di libertà personale molto forte, da sempre. Dal poter possedere un’arma sotto il cuscino, allo sparare al ladro che ti entra in casa. È la patria in cui tutto è possibile, in cui tutti possono fare tutto. Sono abituati a prendersi qualsiasi tipo di libertà e quindi nutrono poca disponibilità a rispettare le regole imposte dall’alto, a farsi carico di restrizioni che, però, di fatto, possono salvare la vita”.

Italia

Infine, l’Italia: davanti alle norme anti-contagio, i cittadini si sono mostrati responsabili e hanno maturato un senso civico e di unione insperato. L’Italia, da sempre divisa e allergica al rispetto delle regole, ha mostrato un nuovo aspetto, perché? “Non crediamo certo lo stia facendo per improvvisa disciplina piombata dall’alto — spiega il professor Triani. — Le misure restrittive e la quarantena esistono perché l’italiano è fifone. Sono tutti presi a restare in casa, a suonare l’Inno di Mameli fuori dalla finestra perché il popolo ha una paura folle di morire. Il popolo italiano è strutturalmente indisciplinato, storicamente mai stato unito. Qui si ritrova ad esserlo perché siamo gente malfidata, abbiamo timore di ammalarci e finire per non essere curati a dovere. Sanzioni e controlli certo funzionano, ma con la minoranza”.

Nata in provincia di Monza, classe 1994, laureata in Editoria, Culture della Comunicazione e della Moda presso l'Università Statale di Milano. Precedentemente direttore di Vulcano Statale e collaboratore di Teatro.it. Adesso collabora con Notizie.it


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Sheila Khan

Nata in provincia di Monza, classe 1994, laureata in Editoria, Culture della Comunicazione e della Moda presso l'Università Statale di Milano. Precedentemente direttore di Vulcano Statale e collaboratore di Teatro.it. Adesso collabora con Notizie.it

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