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La rivoluzione tunisina e fine del regime di Ben Alì

Dopo un mese di manifestazioni, proteste e guerriglia urbana, il regime dittatoriale di Zine El-Abidine Ben Alì è distrutto. Venerdì 14 gennaio, infatti, dopo un’ultima giornata particolarmente violenta, il presidente tunisino Ben Alì è stato costretto a scappare in Arabia Saudita, che gli ha concesso l’asilo politico. Alcuni membri della sua famiglia sono stati arrestati in serata.

La “Rivoluzione dei Gelsomini”, così è stata chiamata, è stata un movimento spontaneo, partito dal basso; è stata guidata da giovani, studenti o disoccupati e internauti. L’altissimo tasso di disoccupazione e l’incertezza sul futuro ha convinto i giovani tunisini a prendere il loro destino in mano. E ci sono riusciti: è finalmente crollato un regime autoritario e corrotto, formato oltre che dal Presidente anche da ristretta cerchia dei suoi familiari e amici.

Da questa parte del Mediterraneo, i giovani non sono messi molto meglio, soprattutto in Italia e in Grecia.

Non potendo rovesciare i governi democratici, si ribellano disinteressandosi della politica o aderendo ai partiti più radicali, anche se sono ancora numerose e piene di fervore le manifestazioni di piazza. Il problema è che, diversamente dalla Tunisia, i giovani sono una minoranza in Europa, e ciò permette ai governi di poter disinteressarsi di questa fascia d’età. Ma la Tunisia deve insegnare: la negligenza o addirittura il maltrattamento dei giovani porta a esplosioni di violenza!

Secondo molti parte delle responsabilità delle violenze è da attribuirsi anche all’Unione Europea, che si è dimostrata miope nei confronti del Mediterraneo. Tempo fa la specialista in Mediterraneo e Medio Oriente Claire Spencer scriveva: “gli interessi esterni in Nord Africa portano a focalizzare l’attenzione sulle manifestazioni di violenza che scaturiscono dall’assenza di sicurezza nella regione, sia che esse siano collegate al terrorismo, al contrabbando di sostanze stupefacenti e di armi o agli scontri tra la polizia e coloro i quali cercano di emigrare in Europa.

Questa prospettiva, però, spesso non riesce a cogliere i fattori di instabilità che, seppure meno visibili, stanno assumendo un peso sempre maggiore all’interno di ciascun paese. Le vere minacce alla sicurezza non sono tanto di natura internazionale, bensì locali e legate al fattore umano. I sintomi di tutto ciò sono le crescenti divisioni socio-economiche provocate dalla disoccupazione endemica e dalla corruzione e il progressivo allontanarsi dei cittadini da pratiche elettorali che ricevono l’approvazione internazionale più di quanto riescano a essere rappresentative”.
Il regime di Ben Ali sembrava riuscire a garantire una certa sicurezza nell’area, per cui l’Occidente si è disinteressato alle dinamiche interne: la Tunisia si mostrava un paese campione nei campi della sanità, istruzione, diritti delle donne ed economia, ma il prezzo da pagare era conosciuto solo ai sudditi. La Tunisia era diventata uno dei paesi più autoritari e repressivi del Nord Africa.
Questi eventi danno un’importante lezione all’Europa, che dovrà applicarla alle relazioni con tutti i paesi mediterranei, per costruire la stabilità regionale su basi più solide e sostenibili. Decenni di politiche molto discutibili devono essere riscattati, e questa è l’occasione giusta per Bruxelles.
La “politica di vicinato” promossa dall’Unione nasconde infatti poco raccomandabili relazioni con regimi corrotti e autoritari: iniziando dalla Bielorussia di Lukashenko, si passa per l’Ucraina di Janukovic , attraverso il Caucaso e tutto il Medio Oriente, fino alla Libia di Gheddafi, tanto simpatico al nostro premier, fino ad arrivare proprio in Tunisia, dove Sarkozy si è scelto come alleato proprio Ben Ali; la repressione contro i fondamentalisti islamici era piaciuta molto all’Occidente, trasformando la Tunisia in un paese praticamente laico.

Salito al potere nel 1987 dichiarando il “padre della patria” Habib Burghiba incapace di intendere e di volere, Ben Ali ha governato fino a questi ultimi giorni. La sua famiglia ha presto monopolizzato il potere, usando strumenti riprovevoli (i nipoti, ad esempio, sono coinvolti in traffici illeciti). Riuscì a dare della Tunisia un’immagine di sistema efficiente, affidabile e tranquillo, mentre le restrizioni di libertà all’interno diventano sempre più intollerabili. Con il suo partito Raggruppamento Costituzionale Democratico ha vinto le elezioni del 1994 e del 1999 con una percentuale di oltre il 99 per cento! Nel 2002 una riforma costituzionale abolì ogni limite alla sua rielezione.

Il problema, adesso, è far rialzare la Tunisia. Prima di fuggire, il dittatore ha lasciato a Mohamed Ghannouchi la responsabilità di governo. Questo affermò il 14 gennaio: “Il presidente è temporaneamente impossibilitato a svolgere le sue funzioni. E’ stato deciso che il primo ministro assumerà pro tempore le sue funzioni”. Per i mesi successivi era stato predisposto un direttorio a sei, guidato dal presidente del parlamento Fouad al-Mabzaa. Ma il futuro non è per niente chiaro.

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