Hitler? Era un mammone: il parere dello storico Ian Kershaw
Hitler? Era un mammone: il parere dello storico Ian Kershaw
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Hitler? Era un mammone: il parere dello storico Ian Kershaw

Secondo lo storico britannico Ian Kershaw Hitler era un mammone. La tesi sostenuta nel libro Hitler: A Biography

Hitler, la cui fame di potere è costata milioni di vite, in realtà era un mammone. A rivelare questo tratto caratteriale del Führer è lo storico britannico Ian Kershaw, che nel suo Hitler: a Biografy, ci rende alcuni tratti particolari del carattere del dittatore spesso finiti in secondo piano. Elementi che possono contribuire ai numerosi tentativi di profilazione psicologica di colui che, partendo da un anonimo bar di Monaco, ha per almeno 20 anni contribuito a forgiare il destino del mondo.

I primi studi sulla psiche del Furher

Un tentativo certamente non nuovo, a cui illustri studiosi si sono dedicati fin dagli ’40. Fu infatti il presidente Roosevelt, in seguito allo scoppio del secondo conflitto mondiale, a commissionare i primi studi sulla psiche di Hitler. Non appena scoppiata la guerra, il presidente affidò quindi il difficile compito di compilare un profilo psicologico del Führer allo psicologo Henty Murray e allo psicoanalista Walter Langer. Studiosi secondo i quali l’uomo forte della Germania soffriva di schizofrenia paranoide, omosessualità repressa, tendenze suicide, oltre che di una probabile impotenza.

Il difficile rapporto con il padre

I due studiosi avevano quindi tracciato un primo profilo, utilizzando le classiche teorie freudiane.

In seguito si cercò invece di scavare nel passato del dittatore, per cercare di capire se dietro la follia omicida di Hiler si potessero celare violenze subite da bambino. Un pensiero che portò Alice Miller, psicoanalista polacco-statunitense, ad affermare che “Dietro ad ogni sterminatore cova il bambino umiliato che è sopravvissuto solo attraverso la completa negazione dei suoi sentimenti di impotenza”. Secondo le ricerche effettuate, infatti, il giovane Hitler avrebbe avuto un pessimo rapporto con il padre, solito picchiarlo fin dalla più giovane età.

Insomma, secondo questa teoria, al Führer sarebbe mancata una figura positiva da contrapporre a quella fortemente negativa del padre, figura molto dura con il giovane figlio maschio.

La tesi di Kershaw

Ma, almeno stando al libro di Kershaw, nella vita del futuro dittatore vi sarebbero state alcune figure molto positive. In primis la madre Klara. L’unica a prendere le difese del figlio, che in già nel primo periodo scolastico si dimostrava ribelle ed insofferente alle regole. Un periodo duro per Hitler, che veniva sì bastonato dal padre. Ma perchè, ci raccontano le sorelle Johanna e Paula, a scuola non impegnava, e sembrava che nella vita non volesse combinare nulla.

Giovane Hitler che sapeva bene di poter invece contare sull’affetto della madre, e che per questo a lei era sentimentalmente molto legato. Tanto da arrivare a fare affermare Eduard Bloch – medico della famiglia di Hitler nei primi anni del secolo – che “Mai ho incontrato un ragazzo votato tanto morbosamente alla propria madre”. Insomma, potrebbe quindi trattarsi di un caso di complesso di Edipo, che ha portato il futuro capo del Terzo Reich a sviluppare una attrazione per la madre e sentimenti di ostilità verso il padre.

Una conferma di questa teoria potrebbe essere data dalla costante presenza di foto della madre in tutte le residenze abitualmente usate dal Führer. Una foto che avrebbe accompagnato Hitler fino agli ultimi giorni del Bunker di Berlino.

La guerra dei nazionalismi

Insomma, nonostante il passare del tempo continuano i tentativi di comprendere quali possono essere state le cause psicologiche che hanno portato Hitler a volersi scontrare con il mondo intero. Una ricerca probabilmente tesa a cercare di capire per non dover ripetere. Ma che non considera come, in ultima analisi – nonostante i traumi sicuramente affrontati dal Führer nel corso della sua vita – il mondo avesse intrapreso una strada che non poteva che condurre allo scontro. Un sentiero lungo il quale ci si era già avviati già con la firma del trattato di Versailles, che nel 1919 marcava la fine della prima guerra mondiale. Ma che lasciava aperte troppe questioni territoriali e politiche per poter essere affrontate dai nazionalismi europei sorti sulle macerie del primo conflitto mondiale. Nazionalismi ai quali il mondo fu piegato per i successivi vent’anni, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.


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