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Sofia Donadio parla dopo il rogo a Crans-Montana: ferite, cure e l'uscita bloccata

Sofia Donadio parla dopo il rogo a Crans-Montana: ferite, cure e l'uscita bloccata

Sofia Donadio, 16 anni, sopravvissuta al rogo al Le Constellation, ha parlato a Milano delle ustioni, delle operazioni subite e della vita cambiata, rivendicando sostegno per i compagni feriti e chiedendo giustizia per le vittime

La testimonianza pubblica di Sofia Donadio 16 anni e studentessa del liceo Virgilio riapre il dibattito sulla tragedia avvenuta a Crans-Montana. Nel corso di un incontro a Milano nello studio dell’avvocato Fabrizio Ventimiglia Sofia ha scelto di mostrarsi con le ferite visibili per spiegare come quell’evento abbia modificato radicalmente la sua quotidianità e il percorso di recupero.

Accanto a lei, i genitori e il pensiero continuo verso fratelli e sorelle, così come verso gli amici rimasti feriti o deceduti.

Le ferite, le cure e il recupero

Sofia ha raccontato il calvario post-incendio: è stata trasferita in Svizzera per un primo ricovero e poi portata all’ospedale Niguarda. Da quando è stata dimessa ha subito numerosi interventi chirurgici: «Adesso mi hanno operata una decina di volte per le ustioni alla testa, alla schiena, alle gambe e alle braccia», ha spiegato.

Il percorso terapeutico comprende sedute di laser ogni 45 giorni sedute di logopedia per la voce danneggiata dai fumi e incontri con la psicologa. Sofia sottolinea come anche le attività domestiche più semplici siano diventate difficili: non riesce a fare la doccia in piedi e spesso necessita di aiuto. Le cicatrici, oltre che visibili, sono percepite come un fastidio costante che accompagna il suo quotidiano.

La giovane ha anche ricordato il risveglio dal coma come una svolta emotiva: «Ho ricominciato a sorridere quando sono uscita dal coma», e ha citato le parole dei medici che l’hanno spronata a non lasciarsi andare. Nonostante le paure — dalla procedura di intervento alle punture di eparina somministrate due volte al giorno — Sofia afferma di aver trovato sostegno nel personale sanitario, che le ha fornito non solo cure tecniche ma anche incoraggiamento umano.

I legami con la comunità e la scuola

Il ritorno a casa a Milano ha rappresentato una tappa complessa: se da un lato l’affetto dei compagni e dei docenti ha dato conforto, dall’altro il reinserimento ha evidenziato le difficoltà pratiche e psicologiche. Sofia racconta il supporto di una compagna che andava a casa sua per studiare insieme e delle visite del preside e del vicepreside per concordare la modalità di valutazione orale. Ha espresso sorpresa per la decisione di bocciare alcuni studenti svizzeri coinvolti, domandandosi come sia possibile valutarli normalmente dopo un trauma così grave.

Nel suo discorso Sofia non è mai sola: parla a nome di un gruppo di ragazzi e delle famiglie colpite. Ripete più volte che il suo impegno è anche quello di essere di sostegno agli amici ricoverati, esortandoli a non arrendersi e trasmettendo forza alle famiglie dei deceduti: «Mi dà conforto cercare di dare forza a loro», ha detto, ribadendo la sua natura proattiva: «Sono sempre stata una persona a cui piace aiutare gli altri».

Effetti sulla scelta del percorso di studi

La ragazza ha poi collegato la tragedia alle proprie aspirazioni: aveva già le idee chiare tra giurisprudenza o medicina e sostiene che l’accaduto abbia rafforzato la sua determinazione. Nonostante la fragilità fisica e emotiva, la voce resta decisa e orientata verso un progetto personale di lungo termine.

La denuncia sull’uscita di emergenza e le attese per l’inchiesta

Uno degli elementi centrali della testimonianza riguarda la situazione dell’uscita di sicurezza nel locale Le Constellation. Sofia ha affermato che l’uscita dell’interrato «era chiusa con una catena di acciaio, come quelle per le bici, e un lucchetto» e che davanti alla porta era posizionato «uno sgabello». «Quella porta non è mai stata toccata da nessuno», ha dichiarato, ribadendo che la via di fuga era bloccata fin dal primo giorno in cui lei ricordava la presenza della catena.

La vicenda è al centro di un’indagine svizzera che coinvolge i coniugi Moretti e il sindaco Nicola Fe’raud. Sofia si è detta disposta a concentrare le proprie energie sul recupero più che sulla dimensione giudiziaria, ma non nasconde la rabbia e la richiesta di responsabilità: «Mi sembra folle l’ipotesi che non ci siano delle condanne. Sono arrabbiata, non cerco vendetta ma ho voglia di giustizia», ha detto, sottolineando come l’evento abbia «rovinato la vita di tante persone che non se lo meritavano».

Il racconto di Sofia riporta in primo piano questioni di sicurezza dei locali responsabilità e il peso umano delle conseguenze: dalle terapie continue alle relazioni spezzate, fino alle richieste di chiarimento su chi debba rispondere dell’accaduto. A sei mesi dalla notte di Capodanno, la giovane continua il suo percorso di cura, intervallando le terapie alla vita familiare e agli studi, con la determinazione di trasformare il dolore in spinta per il futuro.

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