Surf, un mercoledì da leoni: 40 anni dopo la storia continua
Surf, un mercoledì da leoni: 40 anni dopo la storia continua
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Surf, un mercoledì da leoni: 40 anni dopo la storia continua

Surf un mercoledi da leoni 40 anni dopo
Surf un mercoledi da leoni 40 anni dopo

Franz e Tommaso raccontano il loro nuovo libro, una storia che riprende il cult del cinema del regista John Millius.

Francesco Aldo Fiorentino, surfista e proprietario di uno dei più importanti surf club di Milano racconta ai nostri microfoni il significato della sua passione nel suo nuovo libro intitolato “Surf, un mercoledì da leoni 40 anni dopo”. il romanzo, scritto a quattro mani con il giornalista Tommaso Lavizzari è un viaggio alla riscoperta del cult “un mercoledì da leoni” di Jhon Milius. Una transizione tra l’epoca di piombo e gli anni’80, il film racconta la storia di quattro surfisti attraverso diverse stagioni: una metafora della metamorfosi che la società statunitense stava attraversando in quel periodo. Il genio di Millius per Lavizzari é stato quello di riprodurre gli scenari dei film western in chiave surfer in maniera originale e sincera.

Franz e la passione per il Surf

Francesco è ancora un giovane punker quando la moda surf dilaga anche nella Milano degli anni’70, ecco cosa ci ha raccontato:
Nella tua vita, il surf e il punk. Raccontaci la tua esperienza a Milano.

Franz: Sono presidente del Surfer’s Den che è un surfclub e cocktail bar. Nasco come punk e lo sono anche oggi, di fatto suono in una band che si chiamava Club 27 che mi ha introdotto alla cultura surf: un immaginario molto fluido che comprende fumetti, illustrazioni e design dove è stato inevitabile 30 anni fa arrivare al surf. In un primo momento la mia passione musicale punk ha convissuto con quella da surfer, seguendo la scena musicale; in un certo momento però la seconda ha prevalso sulla prima e mi sono concentrato sull’attività da surfer che mi ha assorbito ed è diventata un’ossessione totalizzante. Il surf ha diversi punti di contatto con le mie passioni, per esempio con il design. Ad esempio quest’inverno ho preso una menzione d’onore al compasso d’oro con l’amico Giulio Iacchetti per delle tavole innovative che avevamo disegnato.

C’è un aneddoto da surfista che ci potresti raccontare? Qualcosa che ti ha portato qui, in questo posto, in questo luogo a Milano. Come hai costruito il Surfer’s Den, da dove nasce l’idea?

Franz: Il Surf a Milano non è un concetto così astratto perché la città non é molto distante dal mare, nè dalle montagne nè dai laghi. Andare in Liguria nello spot più vicino ci si mette, grosso modo, come traversare Milano in un giorno di pioggia con lo sciopero dei mezzi. Io ho fondato il Surfer’s Den quasi 20 anni fa perchè di surfisti all’epoca eravamo pochi, però c’era già una grossa scena a Milano e serviva un punto di ritrovo. Eravamo stanchi di trovarci in bar a rotazione, in seminterrati, garage o cantine. Quindi ho deciso di aprire un surfclub.

Chi sono i clienti abituali?

Franz: La frequentazione del Surfer’s Den è molto varia, nasce come luogo rivolto ai surfisti però attira un pubblico eteroclito: abbiamo designer, giornalisti, illustratori e fumettisti. Anche perchè molte di queste persone fanno boardsports comunque arrivano in skateboard, è gente che surfa: ormai il surf è diffusissimo in Italia, a Milano saremo circa 20 mila, diciamo che sono ambienti molto fertili e stravaganti.

Che cosa significa essere un surfer in territorio meneghino?

Franz: A Milano non c’è il mare ma ci sono le opportunità, poi noi siamo un po’ legati al concetto che per fare surf uno debba vivere in una città di mare. Milano non ha il mare ma la Liguria è molto vicina e ha molti voli easyjet e ryanair, a volte è più conveniente prendere l’aereo e andare in Portogallo. E’ forse più conveniente che andare in Italia perchè tra i divieti del periodo estivo, onde non sempre al massimo, l’autostrada e la benzina costano moltissimo, i posti sul mare in Italia non sono i più economici, perché non Milano?

A Milano si pratica un’altra tipologia di surf, nel lavoro, nella competizione, nella vita di ogni giorno. Il surf è uno sport individualista perché quando sei in acqua sei completamente da solo, prima e dopo sei con gli amici: anche nel viaggio, nei momenti di difficoltà puoi richiedere il loro aiuto.

Qual è il tuo consiglio da surfer per chi si sente vicino al tuo mondo qui a Milano?

Franz: Bisogna fare gruppo. Unitevi e andate a surfare in piccoli gruppi, organizzate viaggi e cercate di non invadere gli spot perché giustamente i locals si possono sentire minacciati se arrivano 50 milanesi in un giorno: gli spot son piccoli e le onde sono quel che sono.
Quanto è importante per te essere surfer dentro, al di là della tavola?
Franz: Cosa mi ha insegnato il surf? Mi ha insegnato parecchie cose, una di queste è quello di distinguere tra il superfluo e il necessario, poi mi ha insegnato la grandezza della natura, la precarietà: il mare è anche pericoloso. Il surf è un gioco ma il mare va rispettato così come le persone.

Francesco Aldo Fiorentino

Un mercoledì da leoni 40 anni dopo

Un mercoledì da leoni 40 anni dopo, quanto tempo è passato?

Franz: Sono passati esattamente 40 anni dalla prima volta che l’ho visto, la prima volta che mi ha colpito è quando l’ho rivisto 10 anni dopo esattamente 30 anni fa al cinema mexico con 2 miei cari amici. Ho rivisto quel film e mi sono detto: “devo assolutamente iniziare a surfare”.
L’idea che c’è dietro questo libro, un racconto scritto a quattro mani (impresa non facile), qual è stata?
Franz: in realtà. la cosa più difficile di questo libro è stata per me come maneggiarlo cioè come affrontare l’argomento, il film, Jhon Millius, le due epoche narrate e anche altre cose sotto traccia/metafore. Io e Tommaso siamo ormai una coppia affiatata, abbiamo scritto già un libro 4-5 anni ed è stato abbastanza semplice, Siamo in sintonia: io scrivevo 2 capitoli e glieli mandava poi lui me li rimandava più completi con sue nozioni sue sul cinema e sul costume.
Abbiamo cercato di scrivere un libro che piaccia a chi fa già surf, quindi con riferimenti non campati in aria ma che nel contempo possa interessare anche chi non fa surf: questo è stata una delle questioni più complicate perchè trattava anche di cinema e di un regista come Jhon Millious e direi che ci siamo arrivati.
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In queste pagine ci sono il Surf, la vita: due mondi, forse anche tre visto che si parla anche del primo e del secondo libro in collegamento. Nascono insieme da un punto di vista storico e parlano di una malattia, possiamo definirla così?

Franz: Sì, è una malattia per chi lo pratica, quello che si dice di fare per passione e ossessione. Probabilmente una malattia a seconda dei posti, di chi il surf non lo fa e di come lo tratta. In Italia è visto come un fastidio, una malattia, come negli Stati Uniti. In Australia invece ne han fatto uno sport nazionale, ne hanno agevolato la crescita, per me personalmente il surf è una malattia/ossessione che mi porterò dietro per sempre come se fossi un drogato: la prima cosa che faccio la mattina non è guardare se c’è il sole o piove, guardo se ci sono le onde e dove sono e se non sono in Italia dove posso andare compatibilmente con impegni, tempo e famiglia a surfare e quando.

A chi è rivolto questo libro?

Franz: Questo libro è rivolto ai surfisti, agli amanti del cinema. Abbiamo passato molto tempo ad accorciarlo perchè era lungo e rischiava di diventare farraginoso perchè trattiamo metafore e per questo penso che possa andare bene per tutti, che sia quindi più che un libro per l’estate.

Tommaso Lavizzari, giornalista

Sono passati 40 anni, ma quanto tempo e quanta vita è trascorsa in questo lasso di tempo?

Tommaso: E’ passato molto tempo, io ho meno di 40 anni e non ho avuto come Franz di vederlo appena uscito. Ho conosciuto la pellicola più avanti nel tempo, all’università studiando cinema perchè è un film molto importante sia dal punto di vista stilistico che tecnico. E’ passato già parecchio tempo perchè già attraverso le 4 mareggiate del film non passa solo la vita dei protagonisti ma anche la storia americana perchè durante gli anni in cui è immerso il film succedono cose molto forti come l’omicidio dei due Kennedy, quello di JFK in primis, l’omicidio di Martin Luter King, le varie rivolte sociali: da quella nera in America a quella hippy che cambiano completamente quello che era il sogno americano di un tempo.

Già nel film le 4 mareggiate sono veramente 4 stagioni della vita, non solo degli anni che trascorrono. Cambia completamente tutto e direi che a 40 anni di distanza, proprio alla presentazione del libro mi han fatto una domanda e mi han chiesto: “adesso chi potrebbe girarlo questo film?” è una domanda alla quale oggettivamente non so dare risposta nè io nè Franz.

E’ un film che ha funzionato, per le stesse parole di Jhon Millus, perchè è sincero: girato da un surfista che racconta quelli che sono gli aspetti positivi e negativi di un certo tipo di vita. In questo momento non so se il mondo accetterebbe effettivamente un film così sincero, adesso è diventato un cult movie per cui in un certo senso è stato sdoganato dalla sua età stessa con i quasi 40 anni passati, però per come è impostato adesso il mondo penso che sarebbe complicato fare un film del genere il remake di point break lo dimostra, perchè è un film che al posto di ripercorrere quello che è stato un altro cult movie del genere lo ricostruisce come se fosse un blockbuster.

Jhon Millius riesce a utilizzare quelle che sono delle tecniche cinematografiche tipiche del cinema Hollywoodiano, del film western riadattandole al surf per cui i cowboy sono i surfisti, ai cavalli sostituisce le tavole e alle praterie sostituisce le onde: usando un linguaggio comune a Hollywood costruisce una storia molto reale e molto forte, “da pugno nello stomaco” come han detto molte persone a cui ho chiesto che impatto ha avuto su di loro. In sintesi, 40 anni son tanti ma non quanto la distanza tra l’epoca in cui è stato girato il film che era il 1978 e oggi.

In queste pagine si parla di diversi mondi, ambientazioni in cui il surf è una malattia. E’ veramente così?

Tommaso: Son d’accordo, ma è un libro che può interessare anche chi non fa surf e non è neanche appassionato così tanto al surf: diciamo che il surf è una malattia ma anche una metafora. Parliamo spesso e volentieri nel libro di real mondo e surf mondo che sono due categorie che abbiamo estrapolato da quello che è il mondo del surf all’interno del primo libro, che era quello che avevamo scritto che era surfplay. Secondo me non c’è un criterio logico di lettura, può andare bene a chiunque anche per chi non ha visto il film e per chi l’ha già visto sveliamo dei retroscena che approfondiscono notevolmente quello che è poi il contenuto del film e danno una chiave di lettura diversa.

E’ un film che si può leggere a strati , in base a quanto approfondisci la storia che racchiude il film, man mano che scopri vari livelli hai diversi livelli di lettura. La verità è che il fatto del legame della malattia e surf è fondamentale ma non così tanto per vedere il film o leggere il libro stesso per cui è aperto a 360 gradi a chiunque e speriamo che in generale susciti interesse perchè è un film importante indipendentemente dalla passione per il surf.

Franz ha detto che la prima volta che ha visto il film ha reagito dicendo:” Basta devo surfare!”, tu come hai reagito?

Tommaso: La mia prima volta è stata a casa, il film girava in televisione e non al cinema visto che sono di un altra epoca rispetto a Franz ma non diamogli del vecchio. Ho visto il film con interesse e mi ha colpito soprattutto perchè l’ambientazione e il mondo e questo legame di amicizia fortissimo che lega i protagonisti necessariamente ti attrae e oltretutto è una metafora che chiunque abbia vissuto e vive di passioni non può non cogliere. Più che un film sul surf, è più legato alle passioni viscerali che necessariamente ti spingono a vivere la vita in un certo modo e sono rimasto attratto da questo.

Inizialmente in maniera superficiale poi approfondendo con gli studi anche l’importanza che aveva dal punto di vista tecnico e stilistico ne ho capito a pieno quello che poteva essere l’importanza. Mi ha colpito molto, è un film che sarebbe difficilissimo da fare oggi e cattura proprio per la sincerità e l’umanità er per il fatto che quando tu hai finito di vedere il film ti sembra di aver vissuto con loro determinate situazioni e che i protagonisti siano tuoi amici, questa è un po’ la situazione che mi ha lasciato alla fine.

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