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L’opinione di Giuseppe Gaetano

Terze dosi in ritardo, i vaccinati della prima ora adesso rischiano quasi quanto i no vax

Il saldo negativo tra immunizzati scaduti e rinnovati, il buco nei servizi creato dai nuovi lavoratori a rischio sospensione dal 15 dicembre, e il green pass: prolungare il super e lasciarlo a 9 mesi solo ai “boosterizzati”.

Vaccino obbligatorio per personale sanitario legittimo

La somministrazione della terza dose di vaccino anti Covid ai maggiorenni dal primo dicembre è stata precipitosa, a neanche una settimana dall’apertura agli over 40: in due mesi il piano booster ha bruciato l’ordine dei target. Un’accelerazione imposta dalla progressiva riduzione della durata della protezione anticorpale piena, a partire dal quinto mese dopo il ciclo completo.

Tutti speravamo che lo scudo contro l’infezione reggesse di più, e sullo stesso decorso del booster resta un punto interrogativo che si scioglierà solo nei prossimi mesi – in maniera scientificamente empirica – analizzando i test molecolari e osservando l’evoluzione delle curve epidemiche. È un momento delicato, in cui prestiamo il fianco al virus: allo zoccolo duro dei no vax irrecuperabili, e alle prevedibili resistenze alle prime dosi ai bambini e alle terze con una marca diversa, si aggiunge il calo dell’immunità in gran parte della popolazione.

Sembra partito tutto molto prima del previsto, e invece siamo in pericoloso ritardo.

Solo a metà novembre, infatti, l’Iss ha ufficializzato il taglio di un mese all’intervallo minimo da lasciar intercorrere dalla seconda somministrazione. E quando a inizio ottobre sono cominciati i booster per ultra 80enni, fragili e operatori sanitari erano già milioni in tutta Italia gli under 40 vaccinati da 5 mesi, a giugno. E anche più giovani, grazie ai vari “Open day” a entrata libera che si tenevano in quel periodo in diverse regioni.

Anche loro avrebbero dovuto essere richiamati subito, anziché ricalcare lo schema d’inizio campagna e ricominciare per gradi con grandi anziani e personale ospedaliero. Escludendo inoltre le forze dell’ordine: anche loro furono nell’infornata iniziale di gennaio. Per recuperare in maniera efficace la massa di vaccinati “in scadenza”, il booster andava avviato tra agosto e settembre, anziché seguire una scaletta che già allora ebbe vita breve e saltò altrettanto rapidamente.

L’attuale boom di terze dosi, apprezzabile sulla piattaforma vaccinale del ministero della Salute, è dovuto a questo allargamento repentino a ogni target, più che alla consapevolezza della sua importanza o alla paura della variante Omicron.

Non è detto che la fiammata duri a lungo e resta comunque distante da quella esplosa a ridosso dell’estate, quando si recò agli hub la stragrande maggioranza degli aventi diritto. In base ai recenti ricalcoli dell’Iss sulle percentuali di protezione a 5 mesi – da contagio (44%) e sviluppi gravi della malattia (85%) – in questo momento milioni di seconde dosi si troverebbero in “zona gialla” dal punto di vista immunitario, con le difese anti Covid indebolite. E, forse, neanche così poco: adesso anche l’Ema, dopo il Regno Unito, afferma che il booster è anticipabile a 3 mesi.

Tra maggio e giugno nel Paese si viaggiava alla media nazionale di oltre mezzo milione di somministrazioni in 24 ore: dunque oggi decine di migliaia di cittadini – più dei circa 400mila che stanno tornando agli hub – si aggiungono ogni giorno alle fila degli scoperti. Per quanto spedite le iniezioni stiano procedendo, la coperta del ciclo completo s’accorcia a un ritmo più veloce di quello con cui riescono a riallungarla. Restano poche e in ritardo, per ricucirla bene. Lo dimostrano le regioni che vedono giallo entro Natale e i focolai che divampano in scuole e perfino ospedali. Sempre più vaccinati della prim’ora, che si trovano in questo “limbo” tra seconda e terza dose, ne stanno facendo le spese: chi arriva in rianimazione ha una patologia identica a quella dei no vax.

Alla luce di questo abbassamento delle difese immunitarie, occorrerebbe ridurre coerentemente la validità del green pass ad almeno 6 mesi. Lasciando a 9 o riportando a 12 quello dopo la terza. La necessità di rinnovarlo prima darebbe un’ulteriore impulso alle somministrazioni, così come il prolungamento della versione “super” oltre il 15 gennaio. Per scuotere la campagna, invece, dopo il certificato verde “rafforzato” il governo ha puntato sull’altra tagliola che scatterà mercoledì 15 dicembre: l’estensione del vaccino obbligatorio per forze dell’ordine, esercito, amministrativi della sanità e personale scolastico.

Quasi un milione di lavoratori pubblici e privati rischiano di starsene a casa, in una sorta di “sciopero” personale, privando di fatto i connazionali di servizi essenziali come scuola, sicurezza e salute: tanto è ancora vasta la schiera di chi è disposto a rinunciare a lavoro e stipendio, oltre alla vita sociale. Tutt’oggi vengono pescati medici e infermieri, per cui l’obbligo è in vigore dall’inizio, che non hanno ricevuto neanche una puntura.

Il decreto di Natale fissa il termine delle sospensioni dal servizio, future e in atto, a “non oltre sei mesi”, sperando che nel frattempo i fanatici si convincano e il virus regredisca, senza bisogno di imporre l’obbligo a tutti senza distinzione. Dopodiché qualche decisione andrà presa per rimpiazzare risorse così importanti per la collettività, e la giurisprudenza non esclude il licenziamento in questi casi.

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