Caso dress code a scuola? Alunni "la minigonna è un diritto"
Caso dress code a scuola? Alunni “la minigonna è un diritto”
Cronaca

Caso dress code a scuola? Alunni “la minigonna è un diritto”

studenti contro dress code

Un liceo di Bari ha imposto un rigido dress code a tutti gli studenti, che però si oppongono a questa decisione: il corpo non è più un tabù.

Seppur non tutti gli istituti lo mettano per iscritto, vi è una sorta di dress code implicito secondo il quale è necessario mantenere un certo rigore all’interno delle aule, evitando canottiere e tanto meno le famigerate minigonne. Ci sono però anche molti istituti, che non lasciano l’abbigliamento scolastico a libera discrezione degli studenti, ma hanno imposto un vero e proprio dress code a tutti i frequentanti.È il caso del liceo di Bari, davanti al quale gli studenti hanno affisso uno striscione su cui scritto “sui nostri corpi e nelle nostre scuole decidiamo noi”. La volontà di far ritirare l’assurda decisione presa dalla scuola dunque è forte e chiara.

La protesta contro il dress code

Tra i molti giovani che portano avanti la protesta, vi è Davide Lavermicocca, Coordinatore dell’Unione degli Studenti Puglia, il quale afferma, facendosi portavoce di un pensiero comune: “Non crediamo sia formativo costruire decisioni legate alla retorica del decoro che censurano parti del nostro corpo, visto ancora come tabù e elemento di provocazione sessuale, in quanto vengono vietati shorts, minigonne e canotte”. D’altronde, gli spazi scolastici dovrebbero essere intesi da ambo le parti, come spazi di crescita degli studenti e studentesse, e non come una sorta di regime che opprime il gusto di decidere autonomamente come vestirsi.

Certo, è anche vero che lasciare piena libertà agli studenti, presuppone che essi mettano comunque del giudizio nella scelta, e non si presentino in aula soltanto con una foglia di fico a coprire l’indispensabile, ipotesi in realtà, del tutto improbabile. C’è da considerare, che le norme restrittive spesso sono maggiormente rivolte alle ragazze, colpevoli (secondo gli autori delle direttive) di “distrarre i maschietti”. In questo modo però, il dress code assume un significato piuttosto sessista anziché sembrare un tentativo di eguagliare tutti gli studenti, lasciando così passare oltretutto un messaggio sbagliato.

Il caso opposto

Un caso diametralmente opposto, ha riguardato l’insegnante di una scuola per concorsi in Magistratura, il quale contrariamente a quanto si possa pensare, non imponeva alle sue allieve un dress code modico e riservato, ma anzi, prestabiliva una limitata lunghezza della gonna, che doveva inoltre essere accompagnata da trucco e collant. La vicenda si concluse con un esposto del padre di una studentessa, la quale per via della situazione a cui era sottoposta, si dovette addirittura affidare a uno psicologo.

E’ incredibile quanto il tempo abbia la capacità di cambiare radicalmente lo stato delle cose: fino a cinquant’anni fa, le donne battevano i pugni gridando “vogliamo i pantaloni”, come se si trattasse di una conquista eccezionale.

Effettivamente, anche se nell’epoca attuale sembra un pensiero assurdo, le donne che indossavano i pantaloni erano addirittura considerate prostitute. Tuttavia, ad oggi è diventato un indumento assolutamente imprescindibile per la maggior parte delle lavoratrici che durante la giornata hanno la necessità di muoversi liberamente, tanto è vero che è considerato del tutto normale indossare dei jeans, mentre fa molto più discutere l’utilizzo della gonna, specialmente nell’ambiente scolastico. L’Italia è uno dei pochi paesi in cui non esiste una disposizione nazionale sul dress code. Ogni istituto dunque decide per sè, ma come nel liceo di Bari, non sempre la scelta è condivisa dagli studenti interessati.

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