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L’opinione di Giampiero Casoni

Commemoriamo i morti, ma non impediamo che ce ne siano altri

Oggi è la giornata dedicata alle vittime del Covid e ci sta, ci sta tutta. Ma se commemori i morti con energia ma non metti la stessa energia nell’evitare che altri morti ci siano, hai fallito.

Giornata nazionale vittime Covid

A incasellare date, commemorazioni, flash mob e solenni post it sul calendario noi italiani siamo campioni mondiali su un podio che non dividiamo con nessuno. Non lo facciamo perché a nessuno interessa come a noi passare l’evidenziatore sui nostri afflati emotivi.

Di solito agli altri interessa un filino più di noi evitare che si creino le condizioni per la gara. D’altronde siamo il Paese che ha inventato il melodramma e ancora non si è capito se siamo melodrammatici perché lo abbiamo inventato o se è vero il contrario, cioè che essendo già melodrammatici di nostro ci è venuto facile inventarlo.

Sta di fatto che oggi è la giornata dedicata alle vittime del Covid e ci sta, ci sta tutta.

Ci sta per un fatto crudo che abbiamo incluso nel novero delle motivazioni ma che abbiamo ricoperto di orpelli come piace a noi: i morti non vanno dimenticati, specie se sono tanti e ammazzati serialmente da una faccenda che piega nazioni e sfianca il pianeta intero. Nessuno che voglia derogare dal concetto di civiltà potrà mai dimenticare le foto delle bare, i respiri strozzati intuiti dai frames video del tg, i funerali senza cari e la morte che in Italia falciava ogni giorno a grandi curve da covone.

Fissato il preambolo empatico però, che è preambolo vero, dobbiamo dirci una cosa lieve di lessico e greve di polpa. E cioè che se commemori i morti con energia ma non metti la stessa energia nell’evitare che altri morti ci siano hai fallito. Hai fallito nella forma di ciò che vorresti si facesse didattica per le generazioni future e nella sostanza di quello che più che piangere, dovresti impedire.

E basta sgranare il rosario mainstream delle cose che come sistema sociale complesso e come stato di diritto abbiamo fatto maluccio per capire di cosa stiamo parlando.

Abbiamo avviato la lotta al Covid con ritardi, omissioni e miopie da quarto mondo. Abbiamo scoperto che la marginalità voluta che avevamo dato alla Sanità ci si è ritorta contro come un boomerang di roba calda e marrò. Abbiamo vissuto l’amarezza che le tare di quel sistema erano ataviche, ma lo abbiamo fatto solo dopo aver incontrato i grandi numeri della pandemia. Questo perché prima un esame oncologico alla mammella fissato a una data in cui la mammella ti è già cascata non faceva notizia, ma faceva già storia meschina.

Poi abbiamo avviato una campagna di vaccinazione bradipa e ansimante a cui ha messo pezza fortunosa lo stop ad AstraZeneca. Una sosta ai box che ci ha permesso di latrare che ci hanno fermati giusto prima dell’Armageddon vaccinale.

Abbiamo visto la politica dividersi fra cazzeggio concettuale e ripicche partigiane usando il Covid come grimaldello di consenso. Abbiamo visto noi stessi pronti a invocare regole per tutti e più pronti ancora a violarle. Abbiamo visto il peggio di tutti noi mitigato dal meglio che alcuni di noi hanno saputo dare in questo spaventoso frangente di cui oggi celebriamo il compleanno sghembo e orribile. Sono quei medici e quegli infermieri a cui noi oggi diciamo grazie piangendo i nostri morti e quelli degli altri. Pensando a quelli che non hanno potuto salvare e a quanto duro sia stato non riuscirci.

Perché sarà anche vero che è beato quel Paese che non ha bisogno di eroi, ma è verissimo che è strabeato quel Paese che, ad averne bisogno, poi gli eroi li trova. Pochi per vincere subito, abbastanza per riscattarci dal melodramma di frignare senza agire davvero.

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