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Insidie e speranze nell’era digitale

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Il personal computer e il telefono cellulare hanno certamente cambiato il nostro modo di vivere.
Il computer e i videogiochi potrebbero essere degli efficaci supporti didattici.
Se ne discute sul Corriere della Sera.
Tommaso Pizzorusso, professore di psicobiologia dello sviluppo dice che “spesso gli studenti rinunciano a memorizzare perché sanno che è tutto disponibile on demand, ma nel bagaglio di esperienze i meccanismi della memoria restano indispensabili”.
Questo è un limite alla volontà di apprendere che dovrebbe avere uno studente, ma è un effetto del progresso.

Forse sarebbe opportuno cercare di adattarsi ai nuovi tipi di comunicazione.
Francesco Antinucci, studioso dei processi cognitivi del CNR, fa le sue considerazioni: “La scuola è rimasta inalterata da 150 anni e vive in un anacronismo ridicolo. Oggi un ragazzo arriva ascuola dopo aver trattato con tutta la complessità del mondo, sia per le relazioni sociali sia per il bagaglio di conoscenze e di esperienze apprese anche dalle nuove tecnologie. E sono esperienze non passive come quelle del telespettatore, ma partecipative.

A scuola gli dicono di star seduto su un banco a leggere un libro o a scrivere un componimento, esattamente quello che i professori chiedevano a mio nonno, con la lezione frontale, i voti, l’interrogazione… E’ assurdo! Una reazione oppositiva è prevedibile, perché nel frattempo il mondo è cambiato: le città, gli uffici, le banche, le fabbriche, gli ospedali… Va trasformata la struttura. Se ci decidessimo per esempio, a fare degli investimenti per mettere a frutto nell’apprendimento scolastico i videogame, le tecnologie di simulazione o del contatto su reti sociali, i risultati sarebbero straordinari.

Perché si sa che l’apprendimento dipende da due fattori: la capacità di capire e la motivazione, che è un fattore puramente emotivo. il gioco è ciò che l’evoluzione si è inventata per creare motivazione. Dunque se ci metto contenuti cognitivi comprensibili ottengo strumenti di apprendimento perfetti. Il resto sono chiacchiere”.
Ma c’è anche chi è più cauto, sull’uso di computer e videogiochi in un contesto scolastico.
E’ il caso di Raffaele Simone, linguista e filosofo, il quale sostiene: “La scuola e le élite politiche non hanno capito assolutamente nulla e propagano Internet come se fosse la soluzione di tutti i mali dell’educazione. La diffusione di Internet è ormai adoperata come uno degli indicatori del grado di sviluppo dei Paesi, come se non fossero più importanti l’igiene, l’acqua corrente, la scolarizzazione e la mancanza di crimini. Così facendo, ignorano tra l’altro di avviarsi essi stessi al suicidio: le risorse telematiche sono talmente prendenti, anche su animi solidi, che possono a un certo punto diventare scuola esse stesse e far fuori la scuola in senso convenzionale (come stanno già facendo)”.
Inoltre Raffaele Simone osserva che l’uso di strumenti tecnologici come il telefonino, distoglie l’attenzione da altre attività che si stanno contemporaneamente svolgendo.
Probabilmente, il fatto di accettare o meno il tecnologico nella didattica, dipende dal proprio punto di vista, come sostiene lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro: “Oggi, quando dobbiamo vendere, tutto è bello, sano e promettente. Quando dobbiamo fare notizia, tutto è brutto, malato, preoccupante. Con il risultato che, come i capponi di Renzo, insegnanti e genitori si rinfacciano la colpa dei disastri educativi, salvo trovare un accordo tra loro nel prendersela con la fantomatica “società” o con “i ragazzi di oggi”.

SCUOLA

Fonti:
Corriere della Sera 16.01.2011

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