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La forza dei dimenticati
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La forza dei dimenticati

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L’Associazione Villaggio Snia sempre più attiva a Torino.

Sono più di 60 mila le persone in serie difficoltà.

Enzo Belmonte: «Non isolatevi, qui da noi c’è sempre un piatto caldo»

All’estrema periferia nord di Torino c’è un villaggio identico a molti altri, non ha nulla di diverso: un po’ di verde incastrato tra il cemento amalgamato con la speculazione e il risparmio dei materiali, severe palazzine grigie allineate come instancabili sentinelle a guardia del prossimo sfratto, anime dimenticate e la difficoltà per molti di arrivare alla fine del mese. Come vi dicevo: il Viaggio Snia (un micro quartiere nato per gli operai dell’allora Società di Navigazione Italo Americana, dal 1980 adibito a case popolari) non ha niente che lo renda particolare, se non la dignità e la forza dei suoi abitanti, molti di loro già sfrattati, altri disoccupati e nei casi più gravi, malati ai quali è stato negato un tetto.

A echeggiare tra le urla dei ragazzini che giocano sotto i palazzi c’è anche la speranza, unica compagna di chi la vita non gli ha sorriso, emarginando sogni, progetti e la possibilità di vivere «serenamente» tra bollette, mutui e rate.

A dare voce al villaggio è l’Associazione Villaggio Snia, nata nel 2011, rappresentata dal suo presidente Nadia Burdese e da suo marito Enzo Belmonte, cassiere. L’Associazione nasce proprio da entrambi e dal loro invidiabile altruismo, aiutando chiunque abbia serie difficoltà e così, attirato dalla natura umana della storia e armato di tanta curiosità, sono andato nel villaggio per vedere le cose come stavano. Il mio contatto è proprio lui, Enzo. Appeno comincio l’intervista capisco subito le serie condizioni del suo stato di salute, ma nello stesso tempo vengo investito da una vitalità rara, semplice. Molti nelle sue condizioni sono disperati, smarriti e soli, per lui invece quei problemi di salute sono solo un fastidioso intralcio per il suo progetto umano; ma ecco la sua storia e quella dell’Associazione.

D: Ciao Enzo, mi spieghi da cosa è nata l’esigenza di aiutare il prossimo fondando addirittura un’associazione?

R: Ho conosciuto Nadia, la mia attuale moglie, a casa di amici.

Premetto che non eravamo lì per una cena o per una visita, ma bensì eravamo ospiti: tutti e due avevamo perso ogni cosa e insieme abbiamo voluto dare una speranza a chi aveva i nostri stessi problemi. Poi mi sono ammalato e durante quella terribile esperienza ho pensato di darmi agli altri, lottando per chiunque.

D: Ho saputo della tua delicatissima situazione di salute, oltre a quella economica, ne vuoi parlare?

R: Certo! Quando persi il lavoro a causa del cancro mi trovai in mezzo a una strada, ma parto dall’inizio. Lavoravo come corriere in tutta Europa: Francia, Irlanda e molti Paesi del nord. Il mio stipendio era buono, ma un giorno mi diagnosticarono un tumore e non potendo più fare sforzi persi la mia occupazione. Dopo breve tempo, nel 2009, mi arrivò la lettera dell’avvocato della mia ex moglie la quale mi chiedeva 25mila euro per i mantenimenti, soldi che ovviamente non avevo.

Probabilmente è da quell’episodio che la mia salute peggiorò, a tal punto che a gennaio del 2010 subì il primo intervento chirurgico: cancro al colon. Dopo soli 100 giorni subì una seconda operazione al colon, sempre per quel dannato cancro. Moroso nell’affitto, con pochissimi soldi e privo di speranze cominciai a lottare, sino a quando a ottobre dello stesso anno cominciai la chemioterapia. Come se non bastasse ad aprile del 2011 mi esportano un pezzo di fegato per un altro tumore, ma inesorabilmente mi rialzai, più combattivo di prima, sino a quattro mesi dopo, quando nell’agosto del 2011 fui nuovamente operato al polmone destro: ennesimo tumore. Ma non mi diedi per vinto nemmeno stavolta, sia ben inteso, anche se dopo quattro mesi mi trovarono un’altra macchia sospetta al polmone e mi trasferirono d’urgenza a Milano. A ottobre del 2012 fui rioperato allo stesso polmone per l’identico problema.

A giugno del 2013 quella macchia ricomparve, evitando un ennesimo intervento, ma solo poche settimane fa i medici mi hanno detto che le macchie sono due, ma sono fiducioso e non mollo: se c’è lo fatta io, chiunque può farcela.

D: Perché lo fai? Cioè perché aiuti gli sfrattati e i malati quando potresti benissimo essere aiutato solo tu?

R: Lo faccio perché aiutando il prossimo — la maggior parte sono persone sfrattate per non avere pagato l’affitto a causa della perdita di lavoro o per la morte dell’unica persona che portava a casa uno stipendio — mi fa sentire bene e so di fare la cosa giusta. E poi anche io abito nello stesso villaggio. Non posso guardare con indifferenza chi dorme in macchina, bambini compresi, o chi non ha un piatto di pasta da dare al proprio figlio. Mi batto anche per dare un futuro più sereno a mia figlia Siria di 11 anni e sensibilizzarla verso il prossimo.

D: Quante persone avete aiutato sino ad ora?

R: Al momento le famiglie a cui abbiamo trovato un alloggio sono 20, ma ogni mese dispensiamo vettovaglie a chiunque ne abbia bisogno.

Questi prodotti alimentari ci arrivano dalle raccolte organizzate dall’Associazione nei moltissimi supermercati cittadini una, due volte l’anno.

D: Quindi aiutate tutti?

R: No! Aiutiamo solo chi ha effettivamente bisogno. Non perdiamo il nostro tempo con persone le quali non hanno voglia di fare nulla, troppo facile… I nostri sforzi si concentrano sui malati, sugli sfrattati e su chi ha perso un lavoro e vuole ricominciare. Quindi chi non ha intenzione di aiutare il prossimo, ma esige solo il mantenimento, questa associazione non fa al caso suo!

D: Vista la tua salute e quello che hai passato, ti sentiresti di dare un consiglio a chi si sente mutilato dell’orgoglio dopo avere perso il lavoro, la casa e in alcune situazioni anche la salute, che consiglio gli dai?

R: Con tutto quello che ho avuto, e con quello che sto passando — pensa che di pensione prendo solo 290 euro al mese —, posso solo dire di non mollare, ma soprattutto di non isolarsi vivendo ai margini.

Qui da noi un posto c’è sempre, l’importante è non lasciarsi trascinare nel baratro della disperazione più nera.

D: Avete molti donatori, o più semplicemente amici dell’Associazione che vi offrono vettovaglie e prodotti per la casa?

R: Diciamo che al giorno d’oggi è difficile per ognuno tirare avanti, ma ci sono uomini e donne straordinari, alcuni di loro anche benestanti, animati di grande umanità verso le persone che hanno perso ogni cosa. Anche il Comune di Torino, in un certo senso ci «sopporta», tollerando alcune occupazioni fatte da noi allo scopo di poter dare una casa a chi era per strada. Chi è in Comune sa le nostre condizioni. Comunque per chi volesse sostenerci può inviare un vaglia al mio indirizzo, che è anche quello dell’Associazione Villaggio Snia: C.so Vercelli n°487 int. 10 -Torino-.

D: Organizzate feste o iniziative?

R: Ogni festa comandata, per chi vuole. I nostri locali sono sempre a disposizione. Adesso, per esempio, l’8 giugno faremo la “Festa del Vicino” in cui ognuno porterà qualcosa. Nella nostra associazione non vogliamo discriminazioni razziali, anzi, ognuno è il benvenuto, basta iscriversi con una quota di 5 euro.

Termino l’intervista dandogli appuntamento a breve, sperando che le cose siano migliorate.

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