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L’opinione di Giampiero Casoni

Lockdown all’italiana, era il caso che Enrico Vanzina facesse un film sul Coronavirus?

Provocare è un diritto (se fatto con rispetto, soprattutto dei 35mila morti), ma farlo quando la provocazione diventa pugnale che scava in ferita ancora aperte è ineleganza.

Lockdown all'italiana cast
Lockdown all'italiana cast

Non è mai stato il caso di scomodare la definizione di “settima arte” con certi film. Non serve, chi li fa non la cerca e chi li guarda non la trova sapendo di non trovarla. Insomma, il binario è tracciato. Nessuno pretende che i prodotti dei fratelli Vanzina vadano in teca col Settimo Sigillo ed è giusto così.

Quindi spazziamo via la puzza da sotto il naso e mettiamoci a braccetto di un concetto, scomodo ma ferreo. Quello per cui ci sono film per riflettere e film per ridere. Poi ci sono film per riflettere ridendo, magari anche su cose tragiche. Tragiche come il Covid, tragiche come il lockdown che abbiamo vissuto, tragiche come le bare nelle strade, gli ansiti dei moribondi e la conta dei morti.

Cose cioè che così, a pelle magari, poco si prestano per una commedia che pare voler surfare il trend pecoreccio di una certa filmografia accattona di contenuti e predatrice di botteghini.

Che lo sia per stereotipo e che possa sconfessare lo stesso aiuta ma poco, perché quando decidi di brandizzare un certo tipo di prodotto devi stare un filino attento a quello che nel prodotto metti. Anche solo in pubblicistica preliminare. Magari poi spiazzi tutti, però viene difficile pensare che si passi dall’orizzontale al profondo in un batter di ciglia.

Poniamo però una pregiudiziale che ci viene da Cartesio e dal buon senso.

È quella per cui prima di dire se un piatto di tortellini è buono o merita la ciotola del cane li devi assaggiare. Insomma, anche l’ultima fatica di Enrico Vanzina va vista, magari turandosi un attimino il naso di fronte a cotanto titolo: “Lockdown all’Italiana”.

È un film che ha tartufato le polemiche con molta meno avventatezza di quanto non faccia sembrare la faccenda. Cioè è un film prodotto e confezionato esattamente perché tutto del suo battage urlava che avrebbe scatenato un putiferio. E putiferio è stato. Non poteva essere altrimenti, diciamocelo. E non tanto perché in Italia le polemiche e le pelosità sono ormai ingrediente necessario per insapidire ogni faccenda.

Qui il sospetto che un po’ di merito nell’incazzatura ci stia bene è fondato, quando non forte. Perché le avvisaglie ci sono tutte, partendo dalla locandina, che ricalca in tutto e per tutto la grafica bambaciona e leggera di film che in passato hanno saputo regalarci perle scollacciate a metà fra Giovannona Coscialunga e le speculazioni filosofico borgatare di Enzo Salvi.

Lockdown all'italiana

Poi, e non si incazzi nessuno, il cast. Cioè Ezio Greggio, Martina Stella e un Ricky Memphis ormai bollito in ruoli solo macchiettari non sono proprio garanzia assoluta. Attenzione ché qui va sciolto l’equivoco della sufficienza di giudizio nei confronti di attori che restano professionisti assoluti. Quando parliamo di garanzia alludiamo a quell’equilibrio difficilissimo fra dialoghi che intrigano e trazione commediante pura.

Avessimo visto un argomento del genere appaltato da un Monicelli ci saremmo un attimo quietati. Ricordiamo tutti quanto immensamente comico fu “La Grande Guerra” e quanto non un solo refolo dell’immensa tragedia che la pellicola raccontava si perse in quella narrazione. Poi la trama, un florilegio di situazioni molto da teatro di posa, con spaccati di vita di un bouquet di tipi italiani in pieno lockdown.

E torniamo a bomba. Che il lockdown possa diventare sfondo narrativo per vicende leggere non è di per sé fatto aberrante. È che magari avremmo voluto tutti aspettare che da cronaca quello strazio diventasse storia. Che lo scempio degli orrori che ci ha impresso negli occhi, dei morti che ci ha fatto vedere, di quelli che ci siamo ritrovati a piangere perché morti nostri, avesse il tempo di sedimentare. E che una tragedia di cui ancora sentiamo i colpi di coda sulla guancia potesse affinarsi pian piano in fenomeno da studiare, ricordo da tenere dentro e – perché no? – periodo da dissacrare.

Perché provocare è un diritto (se fatto con rispetto, soprattutto dei 35mila morti), ma farlo quando la provocazione diventa pugnale che scava in ferita ancora aperte è ineleganza. Se di dolo o di colpa non lo sapremo mai. Ma qualche sospetto ce lo abbiamo.

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