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Discorso Conte-Renzi in Senato: chi ha comunicato in modo più efficace?

Giuseppe Conte e Matteo Renzi si sono sfidati in Senato, nella giornata in cui il governo incassato la fiducia anche a Palazzo Madama.

renzi conte verifica Parlamento

Per chi si attendeva il “diluvio universale” dai discorsi di Matteo Renzi e Giuseppe Conte in Senato è rimasto deluso: non c’è stato nulla di questo e il dibattito è stato abbastanza composto.

Analisi del discorso di Conte

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in realtà, ha tenuto due discorsi.

Il primo nella mattinata del 19 gennaio, il secondo nel pomeriggio della stessa giornata, in risposta agli interventi dei senatori. Il premier sceglie spesso dei registri linguistici alti, con termini difficili e numerose subordinate. Nella seconda parte del dibattito, però, ha utilizzato un linguaggio più semplice e una quantità di subordinate sicuramente inferiore, seguendo un trend in voga ormai da anni, soprattutto nei programmi televisivi. Conte ne tiene conto soltanto a fasi alterne.

La risposta di Conte a Renzi, durante la replica, è sicuramente più semplice.

È interessante che Conte abbia deciso di concludere il discorso con le parole viva l’Italia“, che sono l’inversione del nome del partito di Renzi, Italia Viva. Non è da escludere che si tratti di una scenta dal forte significato simbolico.

La risposta di Conte a Renzi sul tema delle poltrone, invece, dimostra una certa mancanza di strutturazione. Sembra quasi un finale un po’ “buttato lì” dopo un discorso ben strutturato com’è stato il primo tra quelli tenuti dal presidente del Consiglio.

Analisi del discorso di Renzi

Renzi, nell’apertura del suo discorso, utilizza un linguaggio più semplice da capire, nonostante il periodo sia molto lungo e tecnico. Spesso Renzi improvvisa e questo non sempre va a suo vantaggio. Per ben due volte durante il suo intervento si attiene alla cosiddetta “regola del tre” che serve a veicolare con forza tre informazioni e non più di queste. L’ha usata per la prima volta all’inizio, quando ha elencato i tre motivi della crisi: economia, salute e riapertura delle scuole.

Renzi conclude con una call to action (un invito all’azione), con l’auspicio che Conte metta al centro le idee e non lo scambio di poltrone. Questa chiamata all’azione, in realtà, c’è stata anche nel primo discorso di Conte.

Inversione e anafora

Renzi fa invece uso della figura retorica dell’anafora, ovvero la ripetizione della stessa formula all’inizio di più frasi. Si tratta, nello specifico, dell’espressione “Presidente, ora o mai più“. L’anafora consente all’ex premier di rimarcare un aspetto che ritiene particolarmente importante, ma anche di dare al suo discorso un incedere rimico. La storia della comunicazione, anche politica, è ricchissima di anafore. Emma Bonino tenne un famoso discorso proprio in Senato in cui utilizzò la ripetizione della frase “voi sapete, come me“.

Analisi non verbale

I due discorsi sono diversi anche dal punto di vista della comunicazione non verbale. Renzi si serve di una gestualità molto raccolta, con lo sguardo spesso rivolto al presidente del Consiglio. Conte, invece, si rivolge a tutta l’aula con una gestualità più aperta. Entrambi si toccano la mascherina e questo non va bene. Loro stessi, per mesi, ci hanno detto di toccarla solo dagli elastici. I politici che aggiustano la mascherina con le mani rischiano di essere un fattore distraente.

Anche continuare ad aggiustare i microfoni è una forma di distrazione. Se continuo a muovere un oggetto, lo rendo instabile e corro il rischio di spostare l’attenzione da ciò che dico a ciò che sto facendo. Più riusciamo a utilizzare parole piane, semplici, frasi brevi con poche subordinate, meno elementi visivi distraenti, e più riusciremo a comunicare in maniera chiara con il nostro pubblico.

Il voto finale

Il discorso di Renzi merita un 7,5: è ben strutturato e argomentato e presenta elementi di chiarezza. Un passo avanti rispetto alla conferenza stampa con cui ha aperto la crisi e in cui è apparso sicuramente più disorganizzato. Voto leggermente più basso per i due discorsi di Conte, apparso certamente più in forma in altre occasioni: 6,5.

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