Migranti, chiusura del confine Italia – Slovenia

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Migranti, chiusura del confine Italia – Slovenia

L’anno nuovo inizia con un tema vecchio, quello dei migranti.

Vecchio sia in termini temporali, sia in rapporto alle infinite discussioni che su di esso sono state concentrate. Vecchio, ma non obsoleto, perché l’emergenza migranti, nonostante tanti proclami, non è mai stata superata per davvero. Le ultime notizie dicono che il confine italiano con la Slovenia rischia di trasformarsi in un gigantesco cancello di entrata verso il nostro paese, attraverso il quale si prevede – o è già in atto – un flusso dell’ordine dei 300 o 400 accessi di profughi a settimana. I migranti si dirigono verso il nostro paese in cerca di accoglienza, avendo abbandonati quelli che, forse, erano i progetti originari di spingersi più a nord, visto che Svezia e Danimarca sono ormai irraggiungibili dopo la chiusura dei confini.

Le autorità italiane, in particolare la Direzione Generale per l’Immigrazione della Polizia, ha consegnato al ministro degli Interni Angelino Alfano un piano straordinario che prevede il ripristino dei controlli alla frontiera fra Italia e Slovenia.

Libera circolazione negli aeroporti, quindi, ma, di fatto, interruzione del trattato di Schengen lungo l’intero confine terrestre. Il piano diventerebbe operativo solo “qualora dovesse continuare a mancare quel clima di collaborazione che era stato promesso quest’estate”, è la precisazione arrivata da Roma, con chiaro riferimento al fatto che i meccanismi di ricollocamento dei migranti non sono mai entrati a regime e, anzi, risultano lontanissimi da una seppur minima percentuale di attuazione. A settembre si era infatti detto – e sottoscritto – che dall’Italia sarebbero dovuti partire circa 80 migranti al giorno, ma nell’ultimo trimestre del 2015 le partenze sono state meno di 200, mentre altre 50 sono in previsione per la metà di gennaio. Circa 2.5 partenze al giorno in media sono davvero poca cosa rispetto agli obiettivi prefissati. Se a ciò si aggiunge il richiamo arrivato al governo da parte di Bruxelles per la mancata identificazione di più della metà dei profughi giunti in Italia, risulta in effetti chiaro che quel “clima di collaborazione” non può certo considerarsi instaurato appieno.

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