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28 novembre 1443: La ribellione di Scanderbeg

Quando il sultano Murad II mandò il suo esercito a fronteggiare la nuova rivolta degli ungheresi capitanati dal Cavaliere Bianco, Janos Hunyadi, non immaginava che il generale di cui più si fidava, il suo più valente stratega, tanto da meritarsi l’appellativo di “principe Alessandro”, in turco Iskënder Bej, in onore di Alessandro Magno, l’avrebbe tradito.

Nato a Croia, città del nord dell’Albania famosa per le sue fonti, dal principe Giovanni Castriota e dalla principessa Vojsava Tripalda, Giorgio Castriota fu portato da piccolo alla corte del sultano, come ostaggio in seguito alla sconfitta del padre, leader degli indipendentisti albanesi. Unico dei suoi fratelli a sopravvivere, qui studiò e intraprese la carriera militare. La sua intelligenza e la sua innata propensione per la strategia bellica li valsero quasi subito i favori del sultano, e con le sue prime vittorie si guadagnò il suo titolo, in albanese in seguito diventato Skenderbeg.

Con l’aumentare della sua fama all’interno dell’Impero ottomano nacque nel popolo albanese la speranza di un suo ritorno in patria per risollevare le sorti di una nazione vessata dall’invasore. Inviati di quel che rimaneva della sua famiglia lo incontrarono in segreto, cercando di sensibilizzarlo verso la drammatica situazione del suo paese natale, ma tornarono indietro convinti di non aver raggiunto lo scopo. Ma si sbagliarono. Durante la battaglia del 28 novembre sul confine con la Transilvania, Scanderbeg e il suo reparto, che aveva intelligentemente composto solo da albanesi, si allontanarono dal campo e tornarono in Albania. Qui per prima cosa, con i suoi fedelissimi, riconquistò il castello paterno di Croia. Dalla fortezza si proclamò vendicatore della sua famiglia e liberatore del suo paese, pronunciando queste parole: <<Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi>>. Per quasi 25 anni tenne testa, con mezzi infinitamente inferiori, al potente esercito turco, rimanendo invitto fino alla sua morte causata dalla malaria.

La sua leggenda si estese per tutta l’Europa Occidentale, divenendo un simbolo della resistenza cristiana all’oppressore musulmano, tanto da essere nominato dal papa Atleta di Cristo e Difensore della Fede. Alla sua morte, molti degli eredi si trasferirono nel Salento, ed in Puglia sono ancora presenti discendenti di quel valoroso uomo.

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