Il centrosinistra italiano si trova in una situazione di contraddizione tra le promesse di transizione energetica e l’ostruzionismo nei confronti degli impianti eolici nei territori governati. Nonostante le dichiarazioni ambientaliste, i governatori delle regioni guidate dalla sinistra stanno bloccando lo sviluppo delle energie rinnovabili.
La denuncia è arrivata da Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, che ha puntato il dito contro il cortocircuito della sinistra italiana.
Secondo Ciafani, i leader e gli amministratori del centrosinistra cambiano repentinamente registro quando si tratta di installare le pale eoliche nei territori che governano.
I casi emblematici di ostruzionismo
Tra i casi più emblematici ci sono la Sardegna, guidata da Alessandra Todde, che ha varato un disegno di legge regionale sulle aree idonee talmente restrittivo da bloccare di fatto lo sviluppo degli impianti.
L’Umbria, guidata da Stefania Proietti, è stata accusata da Legambiente di fare cose del tutto analoghe a quelle sarde per ostruzionismo burocratico, come il blocco del progetto ‘Phobos’. Infine, l’Emilia-Romagna, ex modello Bonaccini, dove non si capisce perché l’eolico debba farsi solo in mare.
La sindrome del ‘Nimby’
L’alibi dietro cui si trincerano i governatori e i sindaci del centrosinistra è sempre lo stesso: la tutela del paesaggio.
Per non scontentare i comitati elettorali locali, ogni iniziativa si blocca dietro al timore che i crinali appenninici o le pianure si deturpino dalla visione delle pale eoliche. Ma si tratta in realtà della necessità di non incrinare il bacino dei voti in vista delle tornate elettorali.
Come evidenziato nell’intervista, l’ossessione purista per lo skyline finisce per condannare il Paese alla dipendenza dalle fonti fossili, impedendo di raggiungere la quota di produzione necessaria a sostenere l’elettrificazione del futuro. Il paradosso è totale: una minoranza rumorosa di intellettuali vip, comitati e associazioni iper-conservatrici tiene in ostaggio la transizione energetica, mentre i sondaggi confermano che il 60% degli italiani è favorevole agli impianti rinnovabili entro 50 km da casa.
La sinistra e la questione fiscale
La sinistra italiana è anche prigioniera del suo riflesso fiscale: più welfare, più tasse, più eguaglianza. Ma la crisi dell’imposta progressiva, l’evasione, il debito pubblico e la sostenibilità dello Stato sociale impongono una domanda politica scomoda: chi avrà il coraggio di tagliare la spesa per ridurre tasse e debito?
Storicamente, l’idea-forza della sinistra nel campo fiscale è stata la concentrazione del prelievo su un’unica imposta sul reddito, personale e progressiva. Negli ultimi decenni, però, questa idea-forza è entrata progressivamente in crisi. A questa crisi hanno contribuito l’inflazione e la crescente complessità della società di massa, che hanno reso l’imposta progressiva sempre più elusa o evasa.
La sinistra è stata identificata con il ‘partito delle tasse’, ma alla prova dei fatti, questo pronostico si è rivelato un abbaglio. Basti pensare all’incapacità, anche nelle versioni più interventiste dello Stato sociale, di contrastare le forme più dure e mortificanti di povertà. L’esperienza storica del welfare dimostra che libertà ed eguaglianza possono entrare in conflitto tra loro.
Il debito pubblico e la spesa assistenziale
Le protezioni sociali dipendono, in misura che non ha confronto con i diritti civili e politici, dalle risorse create dal mercato. Sfidati dai cambiamenti demografici, della famiglia e del lavoro, i sistemi di welfare sono sulla graticola dei governi da quando non è stato più possibile pagarli aumentando le tasse. Sono stati finanziati indebitandosi. E il debito oggi occorre pagarlo, e domani occorrerà pure restituirlo.
Se le cose stanno così, non basta l’appello alla lealtà e al senso civico dei contribuenti. È necessario che la spesa pubblica corrisponda a un ragionevole costo dello Stato sociale. Ci sarà un partito o una coalizione di partiti che si presenterà alle prossime elezioni non promettendo di dare agli italiani il reddito di cittadinanza, la pensione anticipata e chi più ne ha più ne metta, ma promettendo di tagliare la spesa assistenziale per finanziare la riduzione delle tasse e del debito pubblico?
Il Superbonus e le critiche della Corte dei conti europea
La Corte dei conti europea ha bocciato il Superbonus italiano, definendolo la misura più costosa e la meno efficiente tra quelle analizzate nei quattro Paesi presi in esame: Italia, Belgio, Lituania e Cipro. Secondo la relazione, la possibilità di coprire fino al 110% delle spese di ristrutturazione ha rappresentato un utilizzo inefficiente delle risorse europee destinate all’efficienza energetica degli edifici residenziali.
Il documento mette inoltre in evidenza criticità nella selezione dei progetti, nei controlli e nella valutazione dei risultati ottenuti. Il Superbonus italiano risulta l’intervento con il rapporto costi-benefici meno favorevole tra quelli esaminati. Il costo per ottenere un risparmio energetico di un chilowattora è pari a circa 10 euro, valore di molto superiore rispetto ai programmi degli altri Paesi.
La Corte riconosce che l’Italia aveva imposto requisiti più severi rispetto alla soglia minima europea, ma si ritiene che questo elemento non compensi gli elevati costi sostenuti. Figurano anche criticità relative agli Attestati di prestazione energetica (Ape), utilizzati per misurare il miglioramento delle abitazioni dopo gli interventi. Questi strumenti non risultano sufficientemente affidabili né facilmente confrontabili.
Un’altra nota dolente riguarda le modalità di assegnazione dei fondi: secondo il rapporto, gli Stati membri hanno approvato le richieste fino all’esaurimento delle risorse disponibili senza predisporre graduatorie basate sulla qualità degli interventi o sulle condizioni economiche dei beneficiari. Questo approccio può aver favorito opere facilmente realizzabili anziché interventi capaci di garantire il maggiore risparmio energetico.
