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L’opinione di Giuseppe Acconcia

La crisi di Suez dimostra il fallimento delle grandi opere promesse da al-Sisi

Lo stop al commercio globale potrebbe aprire il vaso di Pandora delle mille contraddizioni di un presidente che impoverisce il suo popolo in nome della salvaguardia della propria immagine.

crisi di suez al sisi

Dopo il colpo di stato militare del 2013, l’Egitto era stato definito da molti capi di stato un modello di stabilità per il Nord Africa e il Medio Oriente. Tutto sembrava andare in questa direzione quando nell’agosto del 2015 venne inaugurata un’estensione di appena 35 km del Canale di Suez.

Sembrava che l’esercito egiziano volesse confermare la sua immagine di modernizzatore del Paese.

L’opera è stata conclusa a tempo di record in poco più di un anno. Eppure a distanza di sei anni il Canale di Suez è stato chiuso per una settimana a partire dallo scorso martedì, il cargo portacontainer Ever Given di 400 metri è stato a fatica liberato e si è creato un enorme ingorgo che ha bloccato le 370 navi in transito.

Le operazioni vanno avanti mentre si stima che le perdite ammontino a circa 9,6 miliardi di dollari al giorno. Eppure, nonostante progetti faraonici di città satellite e per attrarre investimenti esteri, gli egiziani continuano ad impoverirsi.

Il Canale di Suez da Nasser ad al-Sisi

Il Canale originale, nazionalizzato dal presidente egiziano Gamal Abdel Nasser nel 1956, era lungo 193 chilometri, 80 dei quali già a doppia corsia (una bretella di 53 chilometri è stata aggiunta nel 1980).

Con l’estensione del Canale, inaugurato il 6 agosto 2015 alla presenza del presidente francese François Hollande e del premier russo Dimitry Medvedev, si è passati a 115, 5 chilometri percorribili nei due sensi. In altre parole cargo e navi mercantili possono raggiungere i porti della Gran Bretagna partendo dai Paesi del Golfo in 14 giorni anziché 24.

Non solo, si sono accorciati i tempi di attesa per le navi dirette in Europa: da undici passano a tre ore. Si riducono anche i tempi di attraversamento del Canale (da 18 a 11 ore). Secondo i piani, si sarebbe dovuti passare così dalle 49 navi al giorno che attraversavano Suez a 97. Al momento dell’estensione nel 2015, il Canale controllava il 19% (240 mila tonnellate di merci) dei traffici marittimi mondiali e la sua centralità è continuata ad andare crescendo esponenzialmente dal 2000 in avanti. Eppure, l’opera, costata 8 miliardi di dollari, ha accresciuto i profitti del Canale di Suez di appena il 4,7% tra il 2015 e il 2019, ben al di sotto dei 100 miliardi all’anno annunciati alla vigilia.

Molti analisti critici nei confronti del progetto di estensione del Canale di Suez avevano sottolineato che gli effetti sull’economia egiziana in seguito alla realizzazione dell’opera sarebbero stati minimi. Non solo, i lavori per l’estensione del Canale hanno fatto registrare un impatto ecologico consistente. Non sono stati disposti studi sufficienti per l’impatto ambientale dell’opera. 1500 case sono state rase al suolo per la costruzione dei cantieri. Cinquemila abitazioni sono state distrutte lungo lo scavo. Gli abitanti di Ismailia hanno denunciato di non aver ricevuto nessuna compensazione per aver perso la loro casa. Durante i lavori gli ingegneri hanno riscontrato quantità eccessive di acqua da drenare che hanno fatto temere per la stabilità dell’opera. In più, al-Sisi aveva promesso per la realizzazione della bretella la creazione di «un milione di posti di lavoro». Eppure l’opera non ha inciso sugli alti tassi di disoccupazione giovanile che restano preoccupanti per il Paese.

Gli sforzi per le grandi opere di al-Sisi

Secondo i piani entro la fine del 2019 dovevano essere terminati anche i lavori per la realizzazione della città satellite del Cairo, centro amministrativo del paese. Tra i progetti realizzati c’è una delle torri più alte in Africa, con i suoi 350 metri. Sono state realizzate qui ampie zone residenziali e imponenti centri commerciali. A lavori terminati, la città ospiterà un totale di 5 milioni di abitanti potenziali. Tra i finanziatori dei lavori c’è anche Mohammed Alabbar, uno degli emiri che ha realizzato con ingenti investimenti i lavori di costruzione di imponenti grattacieli a Dubai.

Nei primi anni di presidenza al-Sisi, sono stati numerosi i segnali positivi in termini di investimenti esteri in Egitto al tempo della presidenza di Donald Trump. Un esempio concreto è venuto da grandi imprese statunitensi ed europee che sono tornate a fare affari in Egitto. Per esempio, il consigliere di amministrazione di Visa, Alfred Kelly, ha realizzato nuovi investimenti nel Paese in seguito ai risultati ottenuti in tema di digitalizzazione dell’economia. Kelly ha anche salutato positivamente l’obiettivo promosso dalle autorità egiziane nel favorire i pagamenti digitali.

Il Cairo ha puntato così ad attrarre nuovi investimenti dopo i contratti da oltre 8 miliardi di dollari siglati nella visita di al-Sisi in Francia nel 2015 con imprenditori francesi. A quota 8,5 miliardi di dollari ammontavano gli accordi commerciali conclusi con l’Italia nella visita a Roma e Milano del premier egiziano Ibrahim Mahleb nel luglio 2014. Il Golfo di Suez, insieme al Mediterraneo orientale e al Delta del Nilo, è l’area dove sono cresciuti di più gli investimenti esteri per lo sviluppo di giacimenti nel mercato petrolifero egiziano. Non solo, la realizzazione di quest’opera, in una regione colpita da grave instabilità politica com’è il Sinai, ha anche permesso al Cairo di puntare di più sulla produzione di gas: grazie alla gestione del Canale di Suez e della Suez-Med Pipeline. Dopo gli attacchi jihadisti ai gasdotti nel Sinai e lo stop all’esportazione di gas verso Israele e Giordania (2012), le imprese energetiche Usa (Noble) e l’israeliana Delek guardano sempre di più al mercato energetico egiziano per le loro esportazioni.

L’economia egiziana è al collasso

Eppure, nonostante gli annunci e l’avvio delle grandi opere, l’economia egiziana è al collasso. Mentre al-Sisi è stato impegnato a ricostruire la sua immagine all’estero e a tagliare la spesa pubblica per ottenere le tre tranche di prestito di 12 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale (FMI), povertà e disuguaglianze in Egitto non hanno accennato a diminuire. E così nel 2015, al-Sisi ha chiesto al mondo tra i 200 e i 300 miliardi di dollari per lo sviluppo del Paese.

Eppure, tra il 2015 e il 2019, il presidente egiziano ha fatto crescere il debito pubblico investendo 200 miliardi di dollari in mega progetti infrastrutturali. Ha radicato nuove forme di capitalismo di Stato, guidato dall’élite militare, e fondato sull’appropriazione di fondi pubblici, la proprietà in mano ai militari delle principali aziende del paese (dalla produzione del latte e dei frigoriferi fino ai grandi resort turistici) e politiche di austerità, inclusi tagli ai sussidi sul pane e le bollette dell’elettricità. La politica economica di al-Sisi ha prodotto il deprezzamento della lira egiziana del 50% rispetto al dollaro, alti tassi di inflazione e la crescita dei tassi di povertà in un paese dove già un terzo delle persone vive con meno di un dollaro al giorno.

Lo scorso novembre la Banca mondiale ha pubblicato un report secondo il quale il debito pubblico egiziano avrebbe raggiunto il 96% del Pil nel 2020-2021, nel 2013 era all’87%. Non solo, lo scorso maggio, l’Egitto ha emesso 5 miliardi di dollari in eurobond, seguiti da 3,75 nel mese di marzo 2021, si tratta della maggiore emissione nella storia del paese. I problemi non riguardano solo l’aumento dei prezzi e il debito pubblico, la crescita economica tra il 2015 e il 2019 (4,8%) è stata inferiore alla media degli ultimi anni di presidenza Mubarak. La crescita al di sotto delle aspettative riguarda anche il settore non petrolifero, confermando che l’aumento della povertà sta facendo diminuire il livello di consumi nel Paese.

Non si sono fermati neppure gli scioperi e le mobilitazioni degli operai. Quattromila operai dell’ Egyptian Iron e Steel Company , impegnata in mega progetti voluti dal presidente al-Sisi, hanno avviato un sit-in di protesta lo scorso 17 gennaio contro la liquidazione della fabbrica. Simili proteste hanno avuto luogo nel dicembre 2020 da parte dei lavoratori delle fabbriche tessili di Kafr al-Dawar preoccupati della possibile liquidazione dell’impianto che resterà fermo almeno per i prossimi nove mesi.

L’incapacità di al-Sisi nella gestione economica dopo il suo insediamento in seguito al colpo di stato del 3 luglio 2013 è stata messa a dura prova dalla crisi del Canale di Suez. Lo stop al commercio globale potrebbe aprire finalmente il vaso di Pandora delle mille contraddizioni di un presidente che in nome della salvaguardia della sua immagine e di quella dell’esercito, di una millantata stabilità politica sinonimo di repressione permanente, sta impoverendo il suo popolo e esacerbando le carenze infrastrutturali del Paese.

Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri), borsista di ricerca all’Università di Pavia, è membro del Comitato scientifico della Scuola di Torino di regolamentazione locale. Si occupa di movimenti sociali e giovanili, politiche del lavoro, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato per MERIP, Il Mulino, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, The International Spectator, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.


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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri), borsista di ricerca all’Università di Pavia, è membro del Comitato scientifico della Scuola di Torino di regolamentazione locale. Si occupa di movimenti sociali e giovanili, politiche del lavoro, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato per MERIP, Il Mulino, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, The International Spectator, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.

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