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L’opinione di Giampiero Casoni

Un anno dal lockdown, come siamo cambiati

Quel 9 marzo del 2020 ognuno ce lo ha stampato a fuoco nel cervello e nell’anima. Nell'ultimo anno abbiamo declinato il concetto di paura in una gradazione di cui non conoscevano l’esistenza.

un anno di lockdown, come siamo cambiati

Il calendario, che è giudice freddo e tignosamente legato ai numeri, ci dice che oggi è il compleanno del lockdown. Un anno intero passato a centellinare nella testa questa parola inglese di cui prima potevano fare benissimo a meno, e di cui faremmo volentieri a meno oggi, ma per altri motivi.

Ma il calendario, che è bestia senz’anima e comiziante di numeri, non dice una cosa. Che in questi dodici mesi noi non ci siamo limitati a centellinare una parola, no. Nell’ultimo anno noi abbiamo declinato il concetto di paura in una gradazione di cui non conoscevano l’esistenza; una guerra la puoi guardare cinico, buonista o sinceramente empatico mentre miete vite di altri, una pandemia prima o poi sarà faccenda tua.

Quel 9 marzo del 2020 ognuno ce lo ha stampato a fuoco nel cervello e nell’anima.

Con un’immagine, un frame di vita, una sfumatura emotiva tutta sua, una per ogni declinazione dell’essere uomini. Conoscevamo il virus ma non sapevamo ancora la portata infida della sua mission. Questo perché nei sistemi complessi e a casa nostra la percezione di un pericolo reale è stemperata da due fattori: la distanza guicciardiniana e meschinella fra ciò che accade agli altri e ciò che non accadrà mai a noi e il regionalismo, antica crepa italiana da cui mai ci affrancheremo, si accettano scommesse.

I contagi erano ‘nordici’ o territoriali e comunque noi ci sentivamo al sicuro, beotamente inquieti ma tutto sommato al sicuro. Ecco perché l’immagine catodica di Giuseppe Conte che ci ordinava di chiuderci in casa e che ci diceva che la nostra vita non l’avremmo pilotata più noi ci ghiacciò l’anima. Perché per noi covid non era fuffa, ma non era ancora mostro. Lo avremmo capito con altri due step: ammalandoci noi e iniziando a contare chi iniziava a morire a mazzi, non più ad unità.

Le bare di Codogno, i giorni passati nella mistica dell’Amuchina prezzata in mood cocalero, gli step serali della Protezione Civile, i numeri, le percentuali, il panico se un genitore anziano iniziava a tossire. E poi quegli acronimi nevrili, Dpcm, gli affetti sparati via dalla nostra sfera di controllo dalle nuove geografie di profilassi. Arrivammo a Pasqua con una mascherina sul grugno e una sul cuore, a contenere la voglia irrefrenabile di urlare la paura. E quel concetto, “pandemia”, che ci dava la cifra di come il mondo su cui camminavamo fosse in bilico, in bilico davvero.

Maggio ci colse stanchi, capelloni e sporchi, pronti ad uscire di casa divisi fra terrore di vederci attaccata in gola quella morula nana e schifosa e la paura che l’autocertificazione non fosse bastevole a sedare i carabinieri che ci guatavano. Abbiamo preso respiro con l’estate e ci siamo illusi, ma non fatecene una colpa: il virus aveva allentato la morsa e noi avevamo il sistema nervoso in pappa. Molti di noi si limitarono a qualche ora di benedetta luce in più, facemmo l’amore con le compagne, accarezzammo le madri e portammo i bimbi al parco. Altri esagerarono, nelle faccende umane va sempre così.

Abbiamo riposto pinne, fucile ed occhiali giusto in tempo per vedere che no, non era finita. E siamo scivolati, fra decreti, ordinanze, nuovi contagi e una consapevolezza più affinata, verso un Natale bislacco e blindato. Volevamo, dopo 10 mesi, che quella Nascita fosse step da cui ripartire, eravamo davvero stanchi. Forse è stato per questo che mentre la politica terremotava i suoi asset e ci avviavamo a cambiare nocchiero la sola cosa che ci interessava era che finisse. Ambigui anche in questo, abbiamo sperato che le risposte ce le dessero le stanze dei bottoni.

Mentre il lockdown si apprestava a spegnere la sua prima candelina qualcuno ci ha detto che forse quelle erano stanze dei bottini e che il mostro poteva essere affrontato meglio. Arrivarono i vaccini e conoscemmo la lentezza non come concetto, ma come totem da abbattere a roncolate, ma abbiamo ancora oggi un falcetto smussato.

E oggi siamo qui, attorno al tavolo dove le nostre miserie di popolo soffiano sulla torta amara della nostra reclusione. Esattamente un anno dopo da quel televisore acceso siamo ancora chiusi dentro. Perché il calendario è una brutta bestia: ti dice che è passato un anno ma non conosce nessuno dei tormenti che in ogni singolo giorno di quell’anno ci hanno portato via la gioia. A qualcuno hanno portato via la vita, ed è a loro che dobbiamo la pazienza con cui, a vedere il lockdown che spegne la sua candelina, ci prepariamo ai nuovi cimenti. Forse migliori di prima, forse peggiori per sempre.

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