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Il quadrilatero di Rozzol Melara, dal sogno utopico alla decadenza

Il complesso di Rozzol Melara a Trieste ha avuto una storia diversa da quella immaginata in origine dai suoi progettisti. Ecco perché.

Rozzol Melara

Cosa ha impedito al complesso di Rozzol Melara di diventare una città satellite autosufficiente come era nell’intento dei suoi progettisti?

Concept del quadrilatero di Rozzol Melara

Il Complesso di Rozzol Melara che domina dall’alto la città di Trieste e il suo golfo, è uno degli esempi più rappresentativi dell’architettura brutalista in Italia.

Quello che in molti superficialmente liquidano come “mostro di cemento” fu concepito nel contesto delle visioni utopiche degli anni Sessanta, in cui si inseguiva una totale convergenza tra dimensione architettonica e urbana, ispirata alla residenza collettiva di Le Corbusier.

Doveva infatti rappresentare una città autosufficiente per 2500 abitanti, con tutti i servizi necessari – scuole, negozi centri sportivi- e una serie di spazi comuni per creare uno spazio sociale condiviso e un senso di comunità.

Brutalista all’esterno, coloratissima all’interno

Allo stile brutalista del cemento a vista e la monumentalità dell’enorme quadirilatero di 200 metri di lato a “L”, si contrappone la luce che entra dai grandi oblò e l’esplosione di colore degli spazi interni.

Passarelle metalliche legano tra loro i due corpi a “L” e rendono continuta la strada pedonale interna. Gli alloggi, hanno una superficie media di 80,00 metri quadrati e godono di molta luce con una vista panoramica della città, del mare e della collina.

Progettato da un gruppo di professionisti, coordinati da Carlo Celli, le prime chiavi degli appartementi del complesso ATER furono consegnate nel 1979 anche se la costruzione proseguì fino al 1981.

Motivi della decadenza

Successivamente, altri edifici sono stati costruiti intorno al complesso, minando le idee originali degli architetti progettisti, soprattutto in relazione al rapporto tra la costruzione e lo spazio verde. Il concetto di città indipendente finiva con perdere la sua essenza nel momento in cui i servizi finivano per non essere più sufficienti e gestibili.

Si apre dunque un periodo di decadenza- intervallato da diversi interventi di manutenzione – di cui i numerosi graffiti ne sono la testimonianza più evidente.

Classe 1971, nata a Roma, lavora come inviata e redattrice presso ArtsLife.


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Vera Monti

Classe 1971, nata a Roma, lavora come inviata e redattrice presso ArtsLife.

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