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L’opinione di Lisa Pendezza

Il ritorno a una vita normale passa anche per la maturità: le proteste degli studenti non devono impedirlo

Il timore fisiologico della maturità non deve diventare patologico: è arrivato il momento di infrangere la bolla che il Covid ha creato e che, stiamo scoprendo, rompere fa più paura di quanto immaginassimo.

maturità 2022

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Lo abbiamo sognato tutti, almeno una volta nella vita. Ci hanno girato film, scritto libri, è entrato nell’immaginario collettivo: l’incubo per eccellenza è dover rifare la maturità. Ritrovarsi nuovamente lì sui banchi, nuovamente alle prese con libri e professori, prove e commissioni, nuovamente impreparati (o almeno così ci pareva), nuovamente in balìa di quel misto di emozioni che vanno dal terrore per l’esame in sé alla felicità per il profumo della libertà che attende al di là della porta del liceo.

Viene da chiedersi: chissà perché tutti sognano la maturità, anche quando sono laureati, avvocati (e hanno fatto l’esame), medici (e hanno fatto l’accesso alla scuola di specializzazione), magistrati (e hanno fatto il concorso)? Ma quello di Stato è più di un semplice esame, è un rito collettivo a cui partecipano studenti (tutti insieme, come comunità che si unisce intorno a un ostacolo comune), insegnanti, genitori e amici, ma anche chi la maturità dovrà farla l’anno successivo (ed è quindi particolarmente interessato a monitorare quello che succede) e chi l’ha già fatta (per confrontarla con la propria esperienza), un evento a cui si interessano la stampa e la politica.

La maturità è uno scoglio, un rito di passaggio che sicuramente non misura quello che dovrebbe – la maturità, appunto, ma quella non si calcola in centesimi, a nessuna età – ma che forgia, che segna un prima e un dopo nella vita di noi, di tutti noi come studenti, come persone. Non può, dunque, che essere un po’ spaventosa, difficile, apparentemente insormontabile (ma solo apparentemente, appunto).

Facile dirlo una volta che si è dall’altra parte, dirà qualcuno.

E questo qualcuno potrebbe essere uno dei tanti studenti che stanno protestando contro la reintroduzione delle prove scritte alla maturità 2022. Cortei e striscioni contro il tanto temuto tema di italiano e contro l’ancora più temuta seconda prova (la terza si è salvata dal linciaggio studentesco, perchè non reintrodotta causa pandemia), quella cosiddetta “di indirizzo”, ovvero che misura quanto si è appreso delle materie specifiche di quel corso di studi.

La pandemia ci ha impedito di prepararci come si deve, lamentano.

Il Covid ci ha derubato della possibilità di imparare come gli altri, come chi ha chiuso i libri prima che un virus stravolgesse le nostre vite. La didattica a distanza, le quarantene, i continui cambi di protocollo – regola dell’ 1-2-3, T0 e T5, distinzioni tra vaccinati e non – hanno spostato il focus di chi si occupa di scuola da ciò che dovrebbe essere – l’istruzione – alla mera “sopravvivenza” per un altro anno scolastico, nella speranza che il prossimo sia migliore. Che davvero, la prossima volta, “tutto andrà bene”.

Ce lo ripetiamo da due anni, questo “andrà tutto bene”. Ci diciamo da quasi 24 mesi che presto torneremo alla normalità, che dobbiamo tenere duro ancora un po’ e poi tutto sarà come prima.

Ma è una bugia. Una bugia ripetuta per tanto tempo – due anni lo sono – non diventa verità. Non torneremo magicamente alla normalità una mattina con uno schiocco di dita, con una bacchetta magica, neppure – lo abbiamo visto – con un vaccino o una pillola. Ci vuole tempo, piccoli passi, piccoli pezzetti di vita che tornano quelli di un tempo. La maturità 2022 è un pezzo di questo grande puzzle che si completerà probabilmente in anni.

La DAD non è una soluzione eterna. Non si può pensare di veicolare per sempre nozioni (ma non solo, perché l’istruzione è molto ma molto di più) attraverso lo schermo di un computer né si può pretendere dai ragazzi di accogliere con entusiasmo l’idea di dover affrontare un esame che è il primo vero esame della loro vita.

Ma questa paura fisiologica non deve diventare patologica, non deve sfociare in cortei contro ciò che di più normale stanno vivendo da quando Conte ha annunciato le prime zone rosse l’8 marzo 2020. Non si deve permettere che la DAD diventi una scusa, uno scudo dietro al quale proteggersi per giustificare l’essere impreparati ad affrontare quanto richiesto. Nè si deve permettere agli studenti di “prendere il comando”, di decidere come essere valutati (tutto ciò considerando che il ministro Bianchi li ha già rassicurati: “Ho detto agli studenti di non avere paura perché le commissioni, come loro stessi hanno richiesto, saranno interne“).

Perché questo è il messaggio che passa: non siamo in grado di sostenere queste prove, a distanza non si fa nulla o quasi e non vogliamo essere noi “l’agnello sacrificale” per il ritorno alla vita com’era prima. Che lo sia qualcun altro, l’anno prossimo, ci pensino quelli dopo di noi, chiunque altro, ma lasciateci ancora per un po’ in questa bolla che il Covid ha creato e che, stiamo scoprendo, rompere fa più paura di quanto immaginassimo (questo è il vero problema che dovremo affrontare nei prossimi anni).

Ma se vogliamo davvero tornare alla normalità, questa normalità così tanto decantata e desiderata da ormai due anni, dobbiamo ripartire da qualche parte. E allora ripartiamo da qui.

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