La legge elettorale è stata promulgata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma restano alcuni nodi da chiarire. Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’attenzione si sposterà sulla Corte costituzionale, chiamata a esaminare i profili più controversi della riforma, dall’aumento delle firme per presentare nuove liste all’alternanza di genere tra i capilista, senza trascurare i dubbi sul premio di maggioranza.
Mattarella promulga la legge elettorale: il passaggio alla Consulta
Come riportato dall’Ansa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato la legge elettorale, approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati. Il provvedimento, intitolato “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, conclude così il proprio percorso parlamentare.
La firma del Quirinale, tuttavia, non equivale a una valutazione preventiva sulla costituzionalità di tutte le disposizioni contenute nella riforma. Perché le nuove regole possano entrare in vigore è necessario attendere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, seguita dal periodo di vacatio legis, generalmente di quindici giorni salvo termini differenti stabiliti dalla legge.
Solo dopo questo passaggio potranno essere avviate le procedure necessarie per sottoporre le questioni contestate alla Corte costituzionale.
La scelta di procedere senza ulteriori rilievi immediati da parte del Colle viene interpretata anche come un modo per lasciare alla Consulta il tempo necessario a esaminare i ricorsi prima dell’eventuale scioglimento delle Camere. Nel corso dell’iter, il confronto istituzionale aveva già portato a modifiche su diversi aspetti, tra cui il recupero dei voti delle liste sotto il 3% ai fini della coalizione, il disallineamento dei collegi di Trento e Bolzano, la riduzione del premio di maggioranza e la tutela delle prerogative del capo dello Stato nella designazione del presidente del Consiglio. Tra le questioni affrontate figurano anche la salvaguardia del divieto di mandato imperativo per i parlamentari e la revisione delle soglie previste inizialmente per l’attribuzione del premio. Il principio alla base dell’atteggiamento del Quirinale è quello della «leale collaborazione» tra le istituzioni, senza sovrapporre le rispettive competenze.
Premio di maggioranza, firme e alternanza di genere: i due nodi sotto esame
La nuova normativa, ribattezzata “Stabilicum” dalla maggioranza e “Melonellum” dalle opposizioni, introduce un sistema proporzionale con premio di governabilità, abbandonando i collegi uninominali. Il meccanismo prevede l’attribuzione di 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere, nel rispetto dei limiti massimi di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Sono confermate le soglie di sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni; gli elettori potranno esprimere preferenze, mentre i capilista resteranno bloccati e le coalizioni dovranno indicare prima del voto il candidato premier. Proprio il premio di maggioranza è uno degli aspetti più discussi, perché, secondo le critiche di alcuni costituzionalisti, potrebbe garantire un’ampia rappresentanza parlamentare anche in presenza di una partecipazione elettorale ridotta.
Gli altri due profili che attirano maggiormente l’attenzione riguardano l’aumento delle firme necessarie per presentare liste non rappresentate in Parlamento e il mancato rispetto dell’alternanza di genere tra i capilista, che potrebbero rappresentare una quota significativa degli eletti. Per i partiti privi di rappresentanza parlamentare, le sottoscrizioni richieste passano da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio plurinominale. Sono previste deroghe per determinate formazioni, comprese quelle che al 31 dicembre 2025 disponevano di un gruppo parlamentare in almeno una Camera; per alcune componenti del gruppo Misto, invece, l’obbligo è fissato a 1.500 firme per collegio.
La riforma, dunque, è stata promulgata, ma le contestazioni restano aperte: sarà l’eventuale giudizio della Corte costituzionale a chiarire se e quali disposizioni dovranno essere corrette.
