I più grandi vincitori del Giro d’Italia COMMENTA  

I più grandi vincitori del Giro d’Italia COMMENTA  

Giro
Fausto Coppi nel Giro d'Italia del 1953.

Non solo Coppi e Bartali, Eddy Mercx e il pirata triste Pantani: la storia del Giro d’Italia è la storia di uomini straordinari. Scopriamone alcuni.


Tra le classiche del ciclismo internazionale, in perenne competizione con il Tour de France per lo scettro di migliore competizione ciclistica internazionale, il Giro d’Italia è ormai prossimo al compimento della sua gloriosa centesima edizione. Considerando le parentesi belliche del secolo scorso, infatti, la gara a tappe nata nel 1909 su idea di Tullo Morgagni e con il patrocinio della Gazzetta dello Sport, nel 2017 entrerà nel ristretto novero delle manifestazioni “centenarie”, e lo farà in grande stile, con un’edizione che tributerà il giusto omaggio alla storia delle 99 edizioni precedenti, e alle storie individuali dei suoi protagonisti. Ma chi sono questi ultimi, le cui gesta si sono spesso intrecciate con la storia d’Italia? Proviamo di seguito a elencarne alcuni che hanno segnato le varie epoche.

Impossibile non partire da Dario Beni e Luigi Ganna: il primo fu l’estemporaneo vincitore della prima tappa della prima edizione del Giro; il secondo, all’epoca conosciuto come “il re del fango” per la sua capacità di mulinare i pedali ad altissime frequenze anche negli acquitrini più profondi, ne fu il trionfatore finale. Tra i pionieri, non si può non citare Carlo Galetti, “lo scoiattolo dei Navigli”, che dopo il secondo posto del 1909 vinse la seconda e la terza edizione del Giro, trionfando anche in altre gare come la Milano-Roma. Nel 1912, il Giro prevedeva unicamente una gara a squadre, e a trionfare fu l’Atala, nella cui file militava anche Galetti; quest’ultimo fu proclamato, in via ufficiosa, vincitore individuale, in virtù del miglior tempo complessivo: sarebbe stata la terza affermazione in quattro anni. Gli anni venti portarono alle affermazioni di Giovanni Brunero (3) e di Costante Girardengo (2): quest’ultimo, tra i ciclisti italiani più vincenti di sempre, fu uno degli atleti più amati dell’epoca, ma anche uno dei più controversi; la sua amicizia di lunga data con il bandito Sante Pollastri divenne oggetto di “riscritture” più o meno romanzate, dalla canzone Il bandito e il campione portata al successo da Francesco De Gregori, alla fiction televisiva La leggenda del bandito e del campione, passando per il libro Il campione e il bandito di Marco Ventura.

La seconda metà degli anni venti e la prima degli anni trenta vedono il dominio di uno dei protagonisti assoluti del Giro, quell’Alfredo Binda che detiene – assieme a Fausto Coppi e Eddy Mercx – il record di giri vinti: cinque. A cavallo della Seconda guerra mondiale – il Giro si fermò a causa del conflitto fra il 1941 e il 1945 -, si consumò quello che a oggi rimane il più grande duello che il ciclismo abbia mai conosciuto: quello fra Gino Bartali e Fausto Coppi. In termini di vittorie assolute, Coppi si impose per 5 giri vinti contro i 3 di Bartali (il quale, però, arrivò secondo quattro volte, contro l’unica di Coppi). Ma i numeri non rendono giustizia a una rivalità che riempì le cronache di due decenni, metonimizzando due differenti visioni del mondo: la potenza quasi brutale di Bartali si specchiava nell’agilità di Coppi, e ancora oggi questa rimane una delle dicotomie più esemplari della storia dello sport.

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Nel mezzo del dominio coppiano, precisamente nel 1950, si innesta il nome di Hugo Koblet: lo svizzero fu il primo straniero a imporsi al Giro, collezionando negli anni successivi altri due secondi posti; la vittoria nel Tour de France del 1951, davanti al lanciatissimo Coppi, definisce la statura di un grandissimo atleta. Gli anni cinquanta si completano con le imprese del possente Fiorenzo Magni (due trionfi al Giro fra il 1948 e il 1951) e soprattutto con l’affermazione del lussemburghese Charly Gaul, vincitore del Giro nel 1956 e nel 1959. Gli anni sessanta, invece, malgrado le duplici affermazioni del francese Jacques Anquetil e dell’italiano Franco Balmamion (quest’ultimo in due edizioni consecutive, 1962 e 1963), non esprimono protagonisti di spicco fino alla fine del decennio, quando irruppero sulla scena Felice Gimondi e soprattutto il belga Eddy Mercx. E se il primo – tra i sei corridori che possono vantare affermazioni nelle tre grandi classiche a tappe del ciclismo, Giro, Tour e Vuelta spagnola – può rimpiangere soltanto di essere capitato nella stessa epoca del più grande ciclista di sempre (cui comunque riuscì a strappare due giri), il secondo rimarrà per sempre Eddy “il cannibale”, capace di affiancare ai cinque giri altrettanti Tour de France, tre campionati del mondo e una vagonata di altri trionfi. E vista la rapidità con cui al giorno d’oggi si consuma la carriera di un ciclista ad alto livello, i suoi record rimarranno, verosimilmente, inviolati per chissà quanto altro tempo.
Finita l’era Mercx, e trascorso qualche anno di latenza di una leadership, fra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta si imposero gli italiani Giuseppe Saronni (due giri) e, pochi anni dopo, Francesco Moser (uno). Quest’ultimo in particolare fece sperare in molti nella nascita di un nuovo Coppi, ma pur avendo le stimmate del campione rimase sempre un gradino al di sotto della leggenda. Anche perché negli stessi anni si impose lo strapotere fisico e tecnico del francese Bernard Hinault, unico finora, assieme allo spagnolo Alberto Contador, a trionfare per almeno due volte – tre nel caso del Giro, cinque per ciò che concerne il Tour de France – tutte e tre le classiche europee a tappe: solo Mercx sopra di lui. Gli anni ottanta si accingono a chiudersi con il primo trionfatore extraeuropeo, lo statunitense Andrew Hampsten (1988), mentre gli anni novanta si aprono con la vittoria di Gianni Bugno (1990), altra grande promessa che poi face più fatica a ripetersi.
Arriviamo agli anni novanta, ed ecco affacciarsi sulla scena il basco Miguel Indurain, il cui strapotere atletico (alto quasi un metro e novanta, era una anomalia assoluta per un ciclista), l’infallibilità come cronoman unita alla tenacia sulle salite, fruttarono due giri consecutivi (1992 e 1993). Ma il decennio fu illuminato soprattutto dall’irruzione sulle scene del ciclone Marco Pantani. Difficile ridurre tutto a quell’unico Giro conquistato nel 1998: “il pirata” rimane un’icona triste, il suo volto trasfigurato dalla fatica sulle tappe di montagna più devastanti e appassionanti della storia del Giro, appartiene alla memoria collettiva al pari del prematuro, tragico e non ancora del tutto chiarito epilogo della vita del corridore romagnolo.
Gli anni dopo Pantani non sono più stati gli stessi per il Giro. Un susseguirsi di protagonisti più o meno estemporanei – Gotti, Garzelli, Simoni, Savoldelli, Cunego, Basso, Di Luca – hanno sancito l’ingresso nel nuovo millennio. Qui, il protagonista annunciato è stato il già citato Alberto Contador, ma la squalifica retroattiva lo ha privato di uno dei tre giri conquistati in strada e obbligato a una faticosa – ma trionfale – rentrée. Ora la speranza, soprattutto per gli italiani, si chiama Vincenzo Nibali: già due giri in bisaccia – fra l’altro partirà nel giro del centenario come campione in carica – e l’impressione che non abbia ancora dato tutto ciò di cui è capace.

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