> > Livio Berruti è morto a 87 anni: fu oro nei 200 metri a Roma 1960

Livio Berruti è morto a 87 anni: fu oro nei 200 metri a Roma 1960

Livio Berruti è morto a 87 anni: fu oro nei 200 metri a Roma 1960

Addio a Livio Berruti, morto a 87 anni: il campione olimpico di Roma 1960 si è spento in una clinica torinese dopo una lunga malattia.

Addio a Livio Berruti, protagonista dell’indimenticabile oro nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960. Il campione torinese è morto a 87 anni dopo un periodo di malattia.

Addio a Livio Berruti, l’angelo dei 200 metri di Roma 1960

È morto a 87 anni Livio Berruti, il campione olimpico dei 200 metri che conquistò l’oro ai Giochi di Roma del 1960.

L’ex velocista torinese si è spento dopo un periodo di malattia in una clinica della sua città. Lascia la moglie Silvia; i funerali saranno celebrati in forma privata. La notizia della sua scomparsa ha suscitato profondo cordoglio nel mondo dello sport. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha ricordato come una “figura altamente rappresentativa dello sport italiano”.

Nato a Torino il 19 maggio 1939, Berruti si avvicinò all’atletica nel 1955, quando frequentava il liceo Cavour. Inizialmente avrebbe voluto dedicarsi al tennis e sperava di poterlo praticare al centro sportivo della Lancia, ma i risultati ottenuti nelle gare di velocità lo convinsero a proseguire sulla strada dell’atletica. La svolta arrivò pochi anni più tardi, quando a soli 21 anni partecipò alle Olimpiadi nella sua Italia.

Il 3 settembre 1960, allo Stadio Olimpico di Roma, scrisse una delle pagine più celebri dello sport azzurro: nella semifinale corse in 20”5, eguagliando il record del mondo, per poi ripetere lo stesso tempo in finale e conquistare l’oro davanti allo statunitense Lester Carney, secondo in 20”6, e ad Abdou Seye, francese del Senegal, terzo in 20”7. Fu il primo velocista europeo a vincere i 200 metri olimpici, interrompendo il predominio degli sprinter statunitensi.

Quella gara trasformò Berruti in uno dei volti simbolo dell’Italia del boom economico. Il suo stile leggero gli valse il soprannome di “L’Angelo” e la sua immagine, con gli immancabili occhiali da sole, divenne una delle fotografie più riconoscibili di quei Giochi. Per il trionfo ricevette dal Coni 800 mila lire per l’oro, altre 400 mila lire per il record mondiale e una Fiat 500 donata dalla casa automobilistica. Dopo la medaglia olimpica arrivò anche la fama internazionale, alimentata dagli scatti insieme alla statunitense Wilma Rudolph, altra grande protagonista di Roma 1960, tre volte campionessa olimpica in quei Giochi. Le fotografie dei due campioni alimentarono anche il racconto di una presunta liaison, rimasta però soprattutto parte dell’immaginario legato a quell’Olimpiade.

Addio a Livio Berruti, morto a 87 anni: l’eredità di un campione

Quattro anni dopo il trionfo romano, Berruti tornò ai Giochi olimpici di Tokyo 1964. Impegnato ancora nei 200 metri, corse dalla prima corsia e chiuse al quinto posto con 20”83, risultando comunque il migliore degli europei. La gara fu vinta dall’americano Henry Carr in 20”36. Il suo nome è oggi inciso nella Walk of Fame dello sport italiano a Roma, istituita dal Coni per rendere omaggio alle personalità che hanno contribuito a scrivere la storia dello sport azzurro.

Terminata l’attività agonistica, Berruti intraprese un percorso professionale nel mondo della comunicazione e della pubblicità, senza però allontanarsi dall’ambiente sportivo. Il suo rapporto con i grandi velocisti italiani che vennero dopo di lui fu articolato: con Pietro Mennea emersero differenze caratteriali e anche alcune tensioni, mentre fu molto più stretto il legame con Marcell Jacobs, che Berruti indicò come un “valido erede” dopo l’oro olimpico conquistato dall’azzurro a Tokyo nel 2021. Nel 2006, inoltre, fu scelto tra gli otto italiani incaricati di portare la bandiera olimpica durante la cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino, nella sua città natale.

Berruti non fu soltanto il protagonista di una gara rimasta nella storia, ma anche un uomo che negli anni rifletté profondamente sull’evoluzione dello sport. In un articolo scritto per l’Ansa nel 2010, ricordando Roma 1960, spiegò: “La vittoria, la gara, lo sprint che si consumava in soltanto pochi secondi, non era il momento conclusivo delle nostre vite ma una tappa di un’esistenza piena e fatta di tante cose. Ci sentivamo più puri, fieri di esserlo, avevamo il cuore pulito”. Criticò invece la crescente commercializzazione dell’attività sportiva, sostenendo che “gli sponsor prevalgono, le logiche di mercato regnano incontrastate” e denunciando quella che definiva la logica “usa e getta” dello sport contemporaneo.

La sua figura resta così legata a un’epoca in cui lo sport italiano cercava nuovi simboli dopo gli anni difficili della guerra. Roma 1960 rappresentò per Berruti e per milioni di italiani un momento irripetibile: una corsa durata poco più di venti secondi capace di diventare memoria collettiva. Il presidente della Fidal Stefano Mei ha ricordato che quella prestazione “cambiò la storia dell’atletica italiana, davanti a un Paese intero che si innamorò di lui”. Anche Marcell Jacobs, appresa la notizia della scomparsa, ha espresso il proprio dolore definendo la sua leggerezza “un modello per noi” e aggiungendo: “correrò per lui”.

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