"Meglio una figlia morta che separata": condannati gli assassini di Lia Pipitone
“Meglio morta che separata”: condannati gli assassini di Lia
Cronaca

“Meglio morta che separata”: condannati gli assassini di Lia

Prima condanna per l'omicidio di Lia Pipitone, uccisa nel 1983 con l'avvallo del padre perché ritenuta colpevole di avere una relazione extraconiugale.

Si chiude con due condanne a trent’anni di reclusione una delle vicende umane che più avevano colpito l’Italia nel corso degli ottanta, quando a Palermo ogni anno cadevano oltre cento persone per mafia: l’omicidio di Lia Pipitone.

Due condanne a trent’anni

Infatti oggi arriva la prima condanna in rito abbreviato per Vincenzo Galatolo e Antonio Madonia, considerati mandante ed esecutore della finta rapina inscenata per assassinare la giovane donna, all’epoca dei fatti solo 24enne.
Uccisa perché ritenuta colpevole di avere una relazione extraconiugale, a causa di quel rapporto con Simone di Trapani, ritenuto dalle voci di paese qualche cosa di più di una semplice amicizia.

“Meglio una figlia morta che separata”

Un rapporto che non poteva essere tollerato dal padre. Fu infatti con il consenso del genitore di lei, Nino Pipitone – potente uomo d’onore del quartiere Acquasanta di Palermo – che agirono i killer. Un boss non può permettersi di avere una figlia “chiaccherata”, e fu così che Nino Madonia, capo del mandamento mafioso dell’Acquasanta, decise che bisognava risolvere il problema in maniera definitiva.

Un’omicidio di mafia in piena regola

Un omicidio eseguito secondo le regole di Cosa Nostra: Madonia convocò Nino Pipitone, al quale comunicò l’intenzione di procedere con l’eliminazione della figlia.

Decisione a cui nel rispetto della mentalità di Cosa Nostra il padre decise di non opporsi. “Meglio una figlia morta che separata”: così il marito di Lia racconta oggi ai giudici quelle che sarebbero statele parole del padre quando messo di fronte alla presa decisione di assassinare la figlia. Entrano qui in scena i Galatolo, famiglia all’epoca “responsabile” del quartiere, a cui venne affidato il compito di uccidere la giovane Lia.

La finta rapina

Omicidio consumato all’interno di un negozio, in quella che si è rivelata essere una falsa rapina inscenata unicamente per poter coprire le vere ragioni che hanno portato all’omicidio della giovane donna, all’epoca madre di un bambino di sei anni. E il giorno successivo Simone, il ragazzo indicato dalle voci di paese come il possibile amante, venne ritrovato schiantato al suolo sotto la sua abitazione dopo aver fatto un volo di quattro piani.

L’assoluzione del padre

E nonostante sia stato indicato come responsabile dell’omicidio da alcuni pentiti, Nino Pipitone venne assolto, lasciando la morte di Lia e di Simone senza un colpevole.

È però nel 2012 che alcune testimonianze rese da alcuni pentiti, e la decisione del Marito di Lia, Alessio Cordaro, di farsi tornare alla mente alcuni avvenimenti fino a quel momento dimenticati, convincono il pubblico ministero Francesco Del Bene a riaprire il caso, nonostante nel frattempo Nino fosse morto.

La riapertura del caso

“Lia Pipitone fu uccisa per la sua voglia di libertà, che dava fastidio alla mentalità bieca e conservatrice di Cosa Nostra”: così apri la requisitoria il pm all’inizio del nuovo processo. un processo voluto molto dal figlio di Lea, ormai grande, che ora può rivendicare l’aver contribuito a far riaprire il caso, dando una soluzione al caso di omicidio di sua madre, una donna che aveva avuto – suo malgrado – il merito di accendere una luce su quella che era la condizione femminile nel meridione.

Una questione mai veramente risolta, come la cronaca ogni tanto ci ricorda. L’ultima volta nel 2017, quando il Boss Mafioso Pino Scaduto fece uccidere la propria figlia, colpevole di avere una relazione con un carabiniere.

Una battaglia per l’emanciapazione

Una condanna che secondo Nino Caleca, avvocato del marito di Lia “ ribalta la mentalità mafiosa in una città che ancora ne è vittima.

Le rivendicazioni di libertà che Lia Pipitone ha pagato con la vita devono valere per tutte le donne. Una battaglia di emancipazione da regole che per essere imposte hanno portato un padre a lasciare uccidere la propria figlia”.

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