×

Coronavirus a Bergamo, Remuzzi: “Situazione grave. Serviva zona rossa”

Coronavirus a Bergamo: per Giuseppe Remuzzi "serviva la zona rossa". Il professore si sente "come un soldato che perde i propri compagni".

Coronavirus Bergamo
Coronavirus Bergamo

Angelo Borrelli, a capo del Dipartimento di Protenzione Civile, ogni giorno riporta numeri vertiginosamente alti, spaventosi e poco rassicuranti. Numeri che pesano come macigni e dietro cui si sono persone, vite umane, famiglie spezzate. Affetti e ricordi svaniti in un istante a causa di un male ancora troppo misterioso e potenzialmente devastante.

E ogni vittima alimenta la sfiducia. L’emergenza Coronavirus in alcune zone d’Italia non dà tregua e a ricordarlo è il professore Giuseppe Remuzzi, che sulla difficile situazione di Bergamo ha commentato: “Serviva la zona rossa”.

Coronavirus a Bergamo, le parole del professor Remuzzi

Intervistato dal Corriere della Sera, Giuseppe Remuzzi, alla guida dell’Istituto di ricerca Mario Negri, ha spiegato il dramma della Bergamasca, già sottolineato da Ivano Riva e dal sindaco Gori.

Entro sabato 14 marzo è necessario trovare almeno 100 posti per i malati di Covid-19 che non hanno ancora bisogno di cure intensive, così liberiamo letti per quelli più gravi”.

È questa la situazione all’ospedale Papa Giovanni XXVIII di Bergamo, dove lo stesso Remuzzi è stato direttore del dipartimento di Medicina, un posto che per lui è casa, con il quale continua a collaborare anche oggi che guida l’Istituto di ricerca Mario Negri.

Tutti gli altri malati, ha spiegato, sono ricoverati nel reparto di nefrologia. Ogni altro angolo di uno dei più grandi ospedali della Lombardia è riempito dai pazienti risultati positivi al Coronavirus.Mi sento come un soldato che perde i suoi compagni. Un mio amico dottore ricoverato in pneumologia in situazione critica, altri due intubati. Quando vedi queste cose, con le persone che sono cresciute con te in questi anni, che cadono mentre il nemico avanza, ti viene da piangere, non ce la fai. Mentre parliamo vedo le ambulanze che continuano a passare, e su ogni ambulanza c’è un essere umano che non respira. Ecco come sto“. Con queste parole il professor Remuzzi ha descritto la delicata situazione che si trova ad affrontare. Così, con affranta delicatezza, ha descritto l’enorme dolore che si prova mentre impotenti si vede cadere degli amici. Ha parlato della paura che si prova davanti a pazienti che versano in condizioni critiche. Quel sentimento così umano in tutta la sua devastante fragilità. Eppure sempre deciso, fermo, con la voglia di lottare.

Quindi ha aggiunto: “Vivo con l’idea che possa capitare a me”. Se dovesse accadere: “Direi a chi mi assiste di intubare un ragazzo, e non me. Io ho settant’anni”.

La gravità del Covid-19

Intervistato dal quotidiano di via Solferino, è stato chiesto al professore quale sia l’attuale situazione vissuta a Bergamo. A tal proposito ha dichiarato: Sta accadendo qualcosa di enorme. Due martedì fa erano 3 morti. Sette giorni dopo, 33. Oggi, 58. Avranno anche avuto altre malattie, ma senza virus sarebbero ancora qui, ha tenuto a sottolineare. E ancora: “Le polmoniti di questa settimana sono più gravi di quelle della settimana scorsa”.

Sul perché si verificano simili situazioni d’emergenza Coronavirus, a Bergamo e non solo, ha precisato: La gente è terrorizzata di andare in ospedale. Resta a casa finché ce la fa, con tachipirina e antibiotico. Il 113 ci porta solo quei malati che proprio non ce la fanno a respirare. Sull’alto numero di contagi, invece, ha commentato: “Tra i tanti coronavirus che ci troviamo ad affrontare, questo è mutato in fretta. Fatichiamo a trovare una risposta immune. Fatichiamo a curare.

Ha fatto chiarezza sulla gravità del virus, precisando: Questa non è una malattia benigna. Non è una influenza. È una malattia di cui si muore. Non solo anziani, ma anche giovani. E ha colpito molte più persone di quante siamo in grado di trattare”.

La situazione a Bergamo

“Come ormai tutti sanno, abbiamo due zone colpite. Nembro e Alzano. Già a dicembre i medici di base di quest’ultimo comune si sono trovati di fronte a polmoniti mai viste. Ma hanno pensato che fosse una evoluzione del ceppo annuale dell’influenza”. Con queste parole Remuzzi ha parlato della difficile situazione vissuta nella Bergamasca, una delle zone più colpite dal Coronavirus. E ancora: “È difficile capire che sei di fronte a qualcosa di nuovo se non l’hai mai visto prima. Anche noi studiosi eravamo convinti che il virus non fosse così aggressivo”. “Alzano Lombardo è una piccola capitale industriale. Contatti di ogni tipo. Vai e vieni da ogni parte del mondo. Nembro è una delle città più vive e frequentate della zona. Un posto da movida, a farla breve”, così sarebbero aumentati a dismisura i contagi.

Tuttavia, Remuzzi non dimentica “la storia del dottore tedesco che lavora a Shanghai e a Monaco, che ha avuto contatti con un cinese di Shanghai che sembrava fosse sano, invece non lo era, e lavorava per una compagnia con filiale anche a Codogno. Ne ha parlato il New England Journal of Medicine, la pubblicazione di settore più importante del mondo”. Ma ha precisato: “Da fine ottobre, quando il virus è comparso anche in Europa, fino a gennaio, quando ce ne siamo accorti, c’è stato uno scambio continuo di milioni di persone. Con la Cina, con la Germania, con tutto il mondo”. “Il paziente zero non ci serve. Adesso ci servono posti in rianimazione”, ha ribadito parlando dell’emergenza Coronavirus a Bergamo.

Ma su una cosa è certo: anche a Bergamo bisognava fare “una zona rossa, come a Codogno”. A chi gli domanda per quale motivo tali restrizioni non siano state estese anche nella Bergamasca, ha risposto: “Non lo so. Dico solo che l’assenza di una zona rossa ha peggiorato una situazione già grave. Quindi ha fatto sapere: “Nelle ultime due settimane abbiamo formato 1.500 infermieri e medici. Abbiamo un disperato bisogno di personale. Abbiamo oculisti e dermatologi che stanno imparando l’assistenza respiratoria”.

Sui neolaureati che non possono entrare subito in corsia ha commentato: “L’ho detto e anche scritto spesso. Il mestiere, lo imparano meglio in ospedale. Ma nessuno ha mai voluto ascoltare. Se l’avesse fatto, oggi avremmo un esercito di “riservisti” prezioso a dir poco”.

Contents.media
Ultima ora