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Di Canio attacca Totti e la Roma

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dicanio totti
Un’intervista che è passata in sordina quella di Paolo Di Canio, nuovo tecnico dello Swindon, League Two (la quarta divisione).

Tralasciando tutto ciò che non parli di Roma, si arriva alla parte più incriminata, che noi riproponiamo.

La novità del calcio italiano è la Roma agli americani.
E’ una trattativa infinita. Non vorrei che si rivelassero quelli che a Roma definiamo “piottari””.
Totti resta l’unica certezza.
Se Roma e Juve si aggrappano ancora a Totti e Del Piero, poi capisci perché il calcio italiano è in crisi. Uno ha 35 anni, l’altro 37.

In campo serve gente che corre“.
Che cos’è che divide veramente Totti e Di Canio?
Io amo le sfide, lui vuole essere sempre protetto. Io esploro il mondo, lui si muove solo con la sua tribù“.
Di Canio, ormai da qualche anno fuori dal calcio che conta (ma noi aggiungeremo anche gli anni passati alla Lazio, perchè anche li era fuori dal calcio che contava), non perde occasione per denigrare il giocatore in assoluto più conosciuto al mondo appena si nomina la città di Roma.

Roma è Totti, e Totti è Roma. E soprattutto la Roma. Ed è stata proprio questa una delle sfide più grandi di Francesco: restare alla Roma per vincere con la Roma, rifiutando la corte del Real Madrid, pre citare una squadra estera, con Milan e Inter che avrebbero fatto carte false per averlo se lo stesso Totti non avesse più volte dichiarato di volere solo la Roma come seconda pelle. Sfida vinta, con uno scudetto cucito sul petto strappato proprio alla Lazio, Coppe Italia e Supercoppa vinte nella sua città, titoli sfumati all’ulima giornata, e un mondiale vinto dopo un recupero da un gravissimo infortunio. Un campione, al contrario di quel Paolo Di Canio che si vantà di essere chissa chi, ma che nemmeno lui sa chi sia poi alla fine.
Un Paolo Di Canio cresciuto sempre all’ombra di Francesco Totti, sempre inarrivabile, e dove non ci è arrivato con le prodezze che dividono un fuoriclasse (Totti) da uno fuori dalla classe (Di Canio), ci arriva con le parole. Singolare e quantomeno fuori luogo il commento che diede su Francesco Totti dopo un Roma-Inter finita 1-0 per la Roma con gol in tuffo di testa di Mirko Vucinic.
È di una gravità assoluta. Tutti ci siamo arrabbiati in casi simili, ma io non mi sarei mai permesso di lasciare il campo in quel modo. È mancanza di rispetto verso i compagni che rimangono in campo. Il compito di un capitano è rimanere vicino alla squadra. Questo, invece, significa essere egoisti perché un leader vero non deve mai lasciare i compagni da soli, deve rimanere a bordo campo, esultare insieme ai compagni. Lui invece si è dimostrato egoista, perché pensa di essere protetto. È gravissimo fregarsene di quello che accade solo perché ci si sente sicuri di una certa posizione. L’anno scorso c’è stata più responsabilità nella squadra quando Totti è stato fuori e risultati si sono visti. Ieri quando è uscito Totti la Roma è sembrata di nuovo una squadra, con tutti che si aiutavano“.
Finita qui? Nemmeno per sogno. Di Canio ebbe ancora qualche frecciata da indirizzare al capitano della Roma.
Quando dà un calcione o sputa in faccia a un avversario non si comporta da leader. L’espressione di Vucinic quando esulta con rabbia è anche contro Totti. Sembra dire: “C… io mi impegno tanto, sono importante, potrei essere utile, ma c’è uno che deve giocare per forza al posto mio altrimenti succedono dei casini. La gestione di Totti è questa, lo sanno tutti: da 2 anni lavora solo 2 o 3 giorni a settimana con Vito Scala. È stato un grande giocatore, ma ora è diverso. I veri leader sanno sacrificarsi per la squadra. Per esempio Giggs e Scholes nel Manchester all’occorrenza si trasformano anche in terzini, senza mai polemiche, sono istituzioni ma sono disponibili. Non direbbero mai come Totti dopo la partita col Bayern: abbiamo fatto catenaccio accusando di fatto l’allenatore“.
E Totti lascia passare tutto questo…in fondo, c’è altro a cui pensare. Al calcio giocato, quello che Di Canio ha dimenticato da un sacco di tempo.


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